Un altro scandalo alla SPIOTTA. Fiori e parole per ricordare la BR CAGOL. D’Alfonso indignato: “mio padre è un martire, adesso basta!”

Uno smacco vero e proprio. Nell’ennesimo anniversario dell’omicidio del suo papà pennese, un servitore dello Stato. E’ una furia, Bruno D’Alfonso. E’ sconvolto e arrabbiato, insieme alla sua famiglia, per quel mazzo di fiori collocato da mani ancora ignote alla cascina Spiotta vicino Acqui Terme dove le Brigate rosse uccisero il padre, il carabiniere pennese 45enne Giovanni D’Alfonso, rivendicandone il gesto allegando le relative foto sui social ed aggiungendo frasi inneggianti a Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio, co- fondatrice del sodalizio eversivo, deceduta anche lei e in circostanze misteriose in quel 5 giugno 1975.

Tutto ciò nel giorno del 51esimo anniversario del sequestro dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia il cui sanguinoso epilogo è al centro di un nuovo processo per omicidio con l’aggravante del terrorismo, quindi imprescrittibile, ormai alle battute finali davanti alla corte d’Assise di Alessandria: alla sbarra Lauro Azzolini (ha rivelato di essere stato nella cascina, sfuggendo all’arresto, e indicando proprio nella Cagol colei che diede il colpo di grazia a D’Alfonso), Mario Moretti e Renato Curcio. D’Alfonso, parte civile insieme alle sorelle nel dibattimento che si concluderà il 7 luglio, ha inoltrato un esposto affinché si verifichi l’esistenza di reati contro (per ora) ignoti alla Digos di Pescara, al comando generale dell’Arma e a quelli territoriali di Alessandria ed Acqui Terme oltre alla Digos di Genova dove una piattaforma social ha rilanciato i gesti e le parole di dedica alla Cagol che, secondo la narrazione brigatista, venne uccisa quando era ferita dai carabinieri che la freddarono: un’ipotesi che non ha mai trovato conferma.

“Dopo le celebrazioni del 5 giugno, giorno della festa nazionale dell’Arma, alle quali ho partecipato a Chieti, sono venuto a conoscenza che alla cascina Spiotta dove ci fu il conflitto a fuoco in cui morì mio padre è stato trovato un mazzo di fiori con un biglietto il cui testo è: “Mara Margherita Cagol 5 giugno 1975 caduta combattendo per la libertà” seguita dal simbolo della falce e martello”, racconta Bruno D’Alfonso, a sua volta luogotenente dei carabinieri in pensione. “Tutto ciò ha scosso la mia sensibilità e quella dei miei familiari al punto da acuire una sofferenza evidentemente mai sopita. Reputo necessario intervenire in qualche modo, anche se quanto accaduto non sarebbe penalmente perseguibile”.

Una tragica fine quella di Giovanni D’Alfonso, nato a Penne e ucciso a 45 anni: lasciò una moglie e tre figli piccoli. La vicenda è rimasta avvolta dal mistero fino al 2018 quando un’inchiesta giornalistica sfociata in due libri di Simona Folegnani e Berardo Lupacchini ha spinto D’Alfonso a fare luce poi con un proprio esposto.

 

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