Ci prepariamo ad un prudente allentamento del lockdown, così come molti altri Paesi. Le preoccupazioni sono molte. Nell’immediato ci esponiamo al rischio di un aumento del numero di contagi, restano poi le incognite per il futuro: il virus sarà “meno cattivo” quest’estate? Il prossimo inverno saremo travolti da una seconda ondata epidemica? Non c’è una risposta certa, ce lo dirà il tempo. In ogni caso sarà fondamentale limitare al massimo i danni in questa imminente fase 2 e nelle fasi successive. In che modo? Ne parliamo con il dott. Gianni Staffilano specialista in cardiologia, malattie infettive e medicina dello sport.

Quali misure sanitarie dovrebbero essere adottate, per limitare la diffusione del virus in questa nuova fase?

Sicuramente la riapertura va fatta in qualche modo, ma non c’è dubbio che dobbiamo stare davvero molto attenti e rafforzare il monitoraggio. Sarà importante identificare precocemente i casi e per far questo occorre sì aumentare il numero di tamponi, ma anche imparare a gestire i casi non gravi a livello territoriale. In questi mesi abbiamo ospedalizzato troppo la malattia, mentre chi si ammala in modo lieve dovrebbe essere seguito a domicilio, o perlomeno sul territorio, quindi da medici di famiglia e non solo, mentre l’ospedale dovrebbe essere un centro di cure intensive. È poi molto importante che le persone colgano precocemente quei segni che indicano una possibile infezione e avvertano subito il medico di famiglia o la Asl, senza andare al pronto soccorso dove rischierebbero di contagiare altri. Alcuni dei sintomi, ricordiamolo, sono simili a quelli dell’influenza, come febbre, tosse secca e stanchezza, dolori muscolari, diarrea e vomito. Altri sono più caratteristici, come la perdita del gusto e dell’olfatto.

Questa riapertura “soft” è giusta, l’epidemia non è finita e deve essere monitorata, per poter cogliere i “fili di fumo” prima che scoppi l’incendio. Con l’inverno poi sarà importante promuovere e allargare la vaccinazione anti-influenzale per evitare la sovrapposizione di due epidemie respiratorie. Questi sintomi, che è importante riconoscere e segnalare, sono molto vari e dimostrano ciò che sta emergendo con sempre maggior chiarezza: il coronavirus, oltre ai polmoni, colpisce molti altri organi.

Sì, questo virus, come lei disse un mese fa, in una precedente intervista su queste pagine, attacca molti organi: ricordiamoli

È stato osservato un effetto sul cuore, sui vasi sanguigni, sui reni, su stomaco e intestino, ma anche sul sistema nervoso centrale. Si è visto infatti, che  alcuni pazienti perdono il senso del gusto e dell’olfatto.

Il COVID-19 colpisce al cuore: in 4 province lombarde si è avuto un aumento di quasi il  60% in più di casi di arresto cardiaco

I pazienti gravemente malati affetti da COVID-19, si è visto, hanno livelli di D-dimero elevati che li pone a rischio aumentato di formazione di coaguli, insieme ad altri fattori di rischio per ictus legati all’invecchiamento. L’infezione da SARS-CoV-2 potrebbe anche far aumentare la pressione arteriosa in pazienti con ipertensione, aumentando la probabilità di emorragia cerebrovascolare.

Un aspetto fondamentale nella gestione dei pazienti gravi è il trattamento di sintomi cardiovascolari e non stupisce troppo che in alcuni casi limite si verifichi una vasculite.

Dal 21 febbraio a oggi nelle province di Lodi, Cremona, Mantova e Pavia – tutte appartenenti alla prima “zona rossa” italiana – i casi arresti cardiaci extra-ospedalieri sono aumentati del 58% rispetto allo scorso anno, passando dai 229 del 2019 agli attuali 362. È quanto emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Pavia, che indica nel COVID-19 la causa di questa impennata di casi. Anche il tesso di mortalità è aumentato fino all’88,7% mentre nel 2019 si è attestato al 77,3%

Il  COVID-19 può anche provocare ictus e altri gravi danni cerebro-vascolari?

Anche i neurologi devono esseri pronti a combattere la battaglia contro il COVID-19, soprattutto in un momento in cui la nostra comprensione della malattia è ancora limitata. In questa fase, in cui ci si focalizza su sintomi e patologie come febbre, tosse o polmonite, i medici devono essere consapevoli che il virus bersaglia anche altri sistemi come quello nervoso e quello digestivo, che potrebbero causare sintomi confondenti, conducendo a una diagnosi sbagliata.

Questi sintomi possono essere classificati come correlati a malattia cerebrovascolare acuta o infezione intracranica e interessano il sistema nervoso periferico o il sistema neuromuscolare. Inoltre, possono includere disturbo sensoriale, disfunzione sfinterica e nevralgia.  “ I pazienti possono anche avere sintomi di infezione intracranica, come cefalea, convulsioni e disturbi della coscienza”, per cui  quando possibile, eseguire una TAC cranio e nei centri iperspecializzati  una puntura lombare con PCR per SARS-CoV-2 e altri virus.

Un altro dato emerso recentemente è il rapporto con le patologie gastrointestinali

Circa un terzo dei pazienti che presentano Covid-19 ha anche sintomi gastrointestinali. Nelle prime fasi dell’epidemia di Covid-19, c’era la sensazione che la tosse, la mancanza di respiro e la febbre fossero gli unici sintomi rilevanti; in effetti, molti centri hanno testato soltanto pazienti che presentavano quei sintomi. Ora ci rendiamo conto che i sintomi gastrointestinali, tra cui diarrea, nausea e vomito, sono una parte importante di questa malattia.

Tra i pazienti Covid-19, il 35% ha presentato sintomi gastrointestinali e un numero maggiore di pazienti con sintomi gastrointestinali ha fatto registrare una durata della malattia di una settimana o più (rispettivamente 33% vs 22%). Questi risultati possono suggerire che i pazienti che hanno sintomi gastrointestinali al momento del test hanno un decorso della malattia meno grave.

In Italia stiamo ancora lavorando per aumentare l’accesso ai test ed è importante che gli operatori sanitari dispongano di informazioni accurate su come si presenta questa malattia per essere in grado di stabilire correttamente le priorità dei test per i pazienti che hanno un rischio maggiore di avere Covid-19. Di conseguenza, in presenza di sintomi come diarrea, nausea e vomito, dovrebbe esserci un indice elevato di sospetto per Covid-19.

Quali sono invece le raccomandazioni per i cittadini in questa fase 2?

Prima di tutto bisogna aver presente che l’allentamento non ci esonera dal mantenimento del distanziamento sociale. Certo possiamo incontrare i nostri cari, ma continuando ad adottare tutte le precauzioni: mascherina, distanza, evitare baci e abbracci.

Di certo nessuno può dirlo con certezza, ma cosa possiamo aspettarci per i prossimi mesi?

Per il futuro i rischi sono due. La possibilità, nell’immediato, a maggio/giugno, di una recrudescenza dell’ondata attuale, perché l’allentamento delle precauzioni ora potrebbe portare ad un aumento del numero dei casi, ma non sarebbe una vera e propria seconda ondata.

Con l’estate, poi, il virus potrebbe infettare di meno, ma non lo sappiamo ancora con certezza, è una possibilità. Il secondo pericolo riguarda il prossimo autunno. Con il ritorno del freddo ci aspettiamo anche un ritorno del coronavirus, in concomitanza con i virus dell’influenza stagionale.

In previsione di una seconda ondata, nel prossimo inverno, sicuramente non saremo certo impreparati come lo eravamo a febbraio. Di quali nuove armi disponiamo per affrontare una nuova epidemia da Sars-Cov-2?

Prima di tutto abbiamo aumentato i posti in terapia intensiva, questo è un aspetto fondamentale, e sono stati fatti dei passi avanti nella gestione del paziente con terapie di supporto. Abbiamo più strumenti per gestire i pazienti critici, sappiamo ad esempio che nei pazienti gravi vanno gestiti i problemi di coagulazione e disponiamo di farmaci che aiutano a contrastare la tempesta immunitaria.

Non ci resta che augurarci, al momento di un’eventuale seconda ondata, che i farmaci specifici che lei ha menzionato saranno disponibili e pronti all’uso

Ci sono oltre 950 sperimentazioni in corso sul Covid e osserviamo un impegno importante delle accademie e delle industrie che stanno davvero lavorando insieme. La collaborazione pubblico-privato in questo caso è fondamentale perché nessuno, né l’industria né il pubblico, può arrivare da solo alla soluzione.

Come corollario a quanto detto sopra, e già in parte anticipato in precedenza, ci sono nuove armi come il Remdesivir (antivirale) recentissimamente autorizzato dagli USA per il trattamento del Sars Cov2, e il Plasma iperimmune, nel quale ripongo ulteriore fiducia, ed il  contatto diretto con il gruppo del collega Di Donno a Mantova, che lo sta utilizzando con risultati incoraggianti, me ne ha dato riscontro diretto .
Notizia inoltre delle ultime ore è che in Israele, presso l’Istituto Israeliano per la Ricerca Biologica, avrebbe completato la fase di sviluppo di un vaccino specifico che ci pone di fronte ad una speranza per il futuro anche economico di tutti.

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