“Le 29 morti causate dalla tragica valanga non ci sarebbero state se solo avessero funzionato gli organismi, siano essi comunali, provinciali o regionali, preposti alla salvaguardia del territorio e della vita stessa dei cittadini. Sarebbe bastato che nei 25 anni intercorsi tra il dispositivo di legge che prevedeva la redazione della “Carta di Localizzazione dei Pericoli Valanga”  ed il tragico evento si fosse provveduto nel marito, come pure se ci si fosse degnati di dare uno sguardo alla “Classificazione Sismica” curata dal Dipartimento della Protezione Civile, dove la zona incriminata viene indicata ad elevato rischio sismico, per intervenire responsabilmente disponendo la chiusura dell’albergo nei mesi invernali o quantomeno di provvedere in tempo e con ogni mezzo al suo precauzionale sgombero.”

Ad ormai oltre tre anni di distanza sento il diritto-dovere di rendere pubbliche queste mie considerazioni sulla tragica valanga che, alle ore 16,48 del 18 gennaio 2017, distrusse l’hotel in località Rigopiano. Ciò nella speranza di fornire un utile contributo all’azione giudiziaria in corso finalizzata all’accertamento delle eventuali responsabilità per le morti prodotte. Considerazioni sviluppate alla luce di specifiche competenze professionali e nel confronto tra i fatti politico-amministrativi che hanno preceduto e seguito il tragico evento e gli stessi dati forniti dai periti nominati dalla Procura.

Si compongono su due piani :

1) la mancata realizzazione a livello regionale  della carta CLPV (Carta di Localizzazione dei Pericoli Valanga) prodromica alla successiva carta CRLV (Carta dei Rischi Locali di Valanga) e quindi alla loro conseguente impossibilità di adozione nei territori interessati

2) la corretta interpretazione della dinamica della valanga alla luce degli dati forniti dagli stessi periti non condividendo con questi ultimi alcune conclusioni che ritengo alquanto fuorvianti in fase di lettura ed interpretazione. Il punto n.1 necessità di una ricostruzione sintetica ma necessaria dei fatti storici. 

  • 18 giugno 1992 viene approvata la L.R. n°47 che stabilisce le procedure per l’accertamento dei pericoli e dei rischi da valanga sul territorio della Regione Abruzzo e detta le norme per la salvaguardia della pubblica e privata incolumità. (pubblicata dal B.U. della regione Abruzzo n°24 del 23 luglio 1992; se ne conferma la disciplina delle attività di protezione civile con L.R. n°72 del 14 dicembre 1993)  
  • 1994 gli organismi preposti realizzano una bozza della CLPV riguardante l’area del Gran Sasso aquilano, cioè il settore occidentale del Massiccio Gran Sasso d’Italia; quindi senza fornire alcun elemento di studio riferito al settore orientale che comprende il territorio del comune di Farindola dove si è verificata la valanga.
  •  2014: la giunta regionale guidata da Gianni Chiodi delibera di dotarsi finalmente della CLPV riguardante l’intero territorio della Regione Abruzzo; purtroppo nonostante l’approvazione il provvedimento resta chiuso nel cassetto.
  • 18 gennaio 2017: alle ore 16,48 avviene la tragedia.
  • 28 febbraio 2017 la giunta regionale (delibera n°88) approva il testo del provvedimento recante “Norme per la prevenzione e la previsione dei rischi da valanga” adottando la relativa CLPV riguardante il Massiccio Gran Sasso d’Italia settore occidentale e lo stesso viene notificato al comune dell’Aquila; i membri della Commissione Comunale Valanghe si limitano a rispondere alla Regione Abruzzo sottolineando come la CLPV di riferimento sia fatta male; osservazioni ben meditate sul contenuto di questo provvedimento sono peraltro avanzate dalla stessa Associazione Culturale di Promozione della Montagna; tutte queste beghe tra Regione e Comune dell’Aquila evidenziano in maniera inequivocabile le difficoltà incontrate dagli organismi preposti all’attuazione della L.R. n°47 del ’92 in quanto probabilmente andavano a cozzare con particolari interessi territorialiA margine del  provvedimento il presidente Luciano D’Alfonso annuncia che “entro il 1918 sarà predisposto il piano completo dei rischi  derivanti da valanghe che interesserà tutto il territorio abruzzese impegnando, da fondi nazionali, la somma di un milione e trecentomila euro”.
  • 18 maggio 2017 la giunta regionale a guida D’Alfonso approva (delibera 318) l’affidamento dell’incarico a due periti (prof. Nicola Sciarra ed ing. Dino Pignatelli) di analizzare i meccanismi che hanno innescato la valanga del 18 gennaio verificando, in particolare, la sussistenza del nesso di casualità tra la serie di scosse sismiche e la valanga e di individuare le attività necessarie per la messa in sicurezza delle aree esposte al rischio valanghivo;  si tratta di una perizia che ripete nella sua essenzialità parte di quella già affidata dalla Procura ai tre periti Bernardino Chiaia, Igor Chiambretti e Barbara Frigo. Sempre il 18 maggio 2017 il Presidente D’Alfonso consegna la sua memoria difensiva alla Procura di Pescara prima di essere eventualmente indagato.
  • estate 2017la Regione Abruzzo bandisce una gara di appalto al massimo ribasso per l’affidamento dell’incarico di redazione della CLPV; ad aggiudicarselo è l’ing. Mauro Barberi con un ribasso del 46,02% sulla base d’asta e con scadenza per la consegna dei lavori a marzo 2021. L’ affidamento ufficiale dell’incarico avviene il 7 febbraio del 2018.

Da un attento esame della sequenza dei fatti riportati risulta del tutto logico evincere che vi è stata una mancanza di decisione politica nel disporre nei tempi e nei modi previsti la realizzazione della CLPV.

Infatti, sempre a mio modesto parere, qualora gli enti preposti responsabili a livello regionale avessero dimostrato, come richiesto e dovuto, efficienza e senso di responsabilità avrebbero potuto di certo adempiere in tempo alla redazione ed attivazione della “Carta di Localizzazione dei Pericoli da Valanga” ed alla conseguente notifica ai comuni interessati consentendo così a questi di applicare tutte le misure di salvaguardia straordinaria previste per legge.

E’ vero, come relazionano i periti nella loro analisi morfometrica svolta sul territorio, che “si rileva altresì una assoluta negligenza da parte dei soggetti preposti nel fatto di non aver considerato l’area in oggetto come area valanghiva anche in assenza di studi specifici commissionati, ma è altrettanto vero, e forse comprensibile, che i tecnici di un piccolo comune montano quale è quello di Farindola, in assenza di studi territoriali specifici quale poteva essere la CLPV, hanno probabilmente concesso il permesso di realizzare l’albergo, con progetto di certo già approvato a tutti i livelli, affidandosi esclusivamente alla memoria storica che mai aveva segnalato valanghe sul sito incriminato, almeno per ben oltre gli ultimi cento anni come sembra provata dalla secolarità degli stessi alberi divelti e trascinati dalla valanga.

Risulta quindi ancor più evidente, come le morti causate dalla valanga, siano da addebitare esclusivamente alla mancata adozione della CLPV;  infatti anche se l’albergo-resort fosse risultato già realizzato e funzionante se ne sarebbe potuto disporre la chiusura nei mesi invernali motivandola con la segnalata e documentata esposizione al rischio valanga.

Comunque il fatto che il 3 dicembre 2019 il GIP di Pescara abbia disposto l’archiviazione di ex governatori, ex assessori alla protezione civile e dirigenti, in tutto 22 persone, in merito alla mancata realizzazione delle carte CLPV e CRLV non riconoscendo per queste persone il reato di assenza di responsabilità politica, ha prodotto in me soltanto meraviglia e sconcerto senza scalfire in alcun modo quelle che risultavano all’epoca, e risultano tutt’ora, le mie personali convinzioni.

Passando adesso a sviluppare il 2 piano di considerazioni, in merito ad una corretta interpretazione della dinamica della valanga anche alla luce dei dati forniti dagli stessi periti ed  al fine di una più agevole comprensione delle conclusioni alle quali ero pervenuto sin dal primo momento, ritengo opportuno riportare alcune informazioni di base indispensabili per una conoscenza appropriata del fenomeno. 

Le valanghe per definizione consistono nel franamento di masse di neve più o meno voluminose adagiate su un pendio.

In una valanga vanno riconosciute tre diverse fasi di movimento lungo tutto il suo percorso: la fase di distacco, quella di scorrimento e quella di accumulo, cioè arresto. A ciascuna di queste fasi corrispondono, come possiamo osservare nella figura riportata, zone distinte del percorso valanghivo.

La zona di distacco è quella in cui si origina il fenomeno; solitamente è collocata in prossimità di creste o dorsali al di sopra del limite della vegetazione forestale dove la neve si accumula in maniera più o meno notevole (nel nostro caso vado di Siella); in questa zona il manto nevoso risulta essere in equilibrio instabile e viene mobilizzata quando al di sotto della sua superfice caratterizzata da una bassa temperatura ben al di sotto dello zero avviene un aumento della stessa fino a valori intorno a quella di fusione, cioè 0° C, in modo da generare un piano di distacco con conseguente scivolamento gravitativo a valle della sovrastante massa nevosa fratturata e resa incoerente; la dinamica prodotta dall’azione gravitativa, dalla fase di distacco a quella di arresto, dipende esclusivamente dal peso della massa mobilizzata, cioè dal  suo volume, risultante direttamente proporzionale alla profondità del piano di distacco, e dalla densità del tipo di neve presente che per una neve umida (come nel nostro caso) risulta essere alquanto elevata con valori compresi tra 0,3 e 0,5 gr/cmc; infine affinché il carico gravitativo inneschi la valanga si rende necessario che la zona di distacco presenti una inclinazione del pendio di almeno 30° (nel nostro caso dai rilievi peritali risulta di 32°).

La zona di scorrimento è quella in cui a causa di una pendenza accentuata la valanga accelera e raggiunge la massima velocità; essa è caratterizzata dalla quasi totale assenza di vegetazione arborea e dalla presenza di conoidi ascrivibili, con sicurezza, a movimenti gravitativi di versante quali colate detritiche, processi eluvio-colluviali, frane e valanghe; sotto il profilo geomorfologico è quasi sempre rappresentato da un canalone. (nel nostro caso è rappresentato dal vallone che insiste sulla località Rigopiano).                                                    

La zona di accumulo, e quindi di arresto, è quella dove la massa nevosa rallenta progressivamente fino a fermarsi; essa è in genere rappresentata da un fondovalle o da un ampio ripiano. (nel nostro caso essa comprende il sito dove sorgeva l’albergo sommerso dalla valanga)

Ritengo inoltre opportuno integrare queste sintetiche informazioni di base segnalando che esistono diversi strumenti modellistici di supporto alla mappatura del pericolo valanghe.

Senza inoltrarmi in difficili e complesse spiegazioni mi limiterò soltanto a ricordare che allo stato attuale due sono i possibili approcci al calcolo delle valanghe, e precisamente i modelli empirici ed i modelli dinamici o fisico matematici. La differenza sostanziale tra questi due modelli è che i modelli empirici  si basano su elaborazioni statistiche e prescindono dalla fisica del fenomeno presupponendo la disponibilità di un congruo numero di dati relativi ad eventi valanghivi storici che abbracciano un ampio arco di tempo, mentre i modelli dinamici o fisico matematici sviluppano una descrizione puntuale e completa dei processi fisici messi in gioco da una determinata valanga durante tutto il suo percorso; in particolare sono i modelli dinamici a mettere in rilievo che la caratterizzazione delle proprietà fisiche del fenomeno valanghivo, e cioè velocità, pressioni di impatto, distribuzione del deposito, distanza di arresto e quant’altro, dipende sempre dal peso della massa nevosa movimentata in fase di distacco.

Nel caso della valanga di Rigopiano del 18 gennaio 2017 si hanno tutti gli elementi per una oggettiva e corretta valutazione della sua evoluzione dinamica.

Stando ai dati rilevati dai periti incaricati dalla Procura risulta infatti che la zona di distacco, individuata in località Vado di Siella, ha interessato una superfice di circa 38.509 mq. cui ha corrisposto un volume di manto nevoso mobilizzato pari a 77.019 mc. per una massa di neve umida pesante da stimare compresa tra le 20.000 e le 30.000 tonnellate.

Da notare tuttavia che i dati riportati si scostano per difetto da quelli adottati nella loro analisi dagli attuali redattori della  CLPV; questi parlano addirittura di una massa mobilizzata in zona di distacco di 50.000 tonnellate che è aumentata di molto durante la fase di scorrimento nei 2 km di discesa alla velocità massima di circa 100 km/h per poi impattare sull’albergo in zona di accumulo con un peso di 120.000 tonnellate.

Sempre secondo i periti i fattori che hanno influenzato il distacco della valanga sono stati il divario termico tra la bassissima temperatura dell’ambiente esterno, e cioè della superfice del manto nevoso cumulatosi, e quella presente a circa 2 m. di profondità in corrispondenza del piano di distacco, oltre naturalmente al peso dell’enorme massa nevosa destabilizzata.

A questo punto, stando a quanto sin qui spiegato e salvo che non si voglia sconvolgere i più elementari principi della fisica riguardanti gli studi sulla dinamica, risulta evidente che l’innesco della valanga è stato prodotto esclusivamente dalla componente attiva della forza peso dovuta alla notevole quantità di massa nevosa presente sopra il piano di distacco; è infatti per effetto di questa forza che si è rotto l’equilibrio ed ha avuto luogo il conseguente scivolamento gravitativo a valle della massa nevosa destabilizzata, cioè la valanga.

Pur tuttavia, a prescindere dalla corretta interpretazione su come si è evoluta la dinamica della valanga, onde fornire una spiegazione definitiva sul perché essa si sia verificata, ritengo di estrema importanza fornire una plausibile risposta a due semplici domande che, in maniera spontanea, ci si sarebbe dovuto porre sin dall‘inizio.

Perché soltanto a seguito della nevicata di gennaio ’17, e mai prima, anche in presenza di nevicate anch’esse caratterizzate da neve umida oltre che decisamente più importanti per quantità, si è verificata in zona una valanga di tali proporzioni? Si tratta di una domanda spontanea in considerazione del fatto che, come asserito dagli stessi periti, la nevicata di gennaio ’17 per qualità e quantità è stato un fenomeno tutt’altro che infrequente negli anni dopo il 2000” e che, aggiungerei, a memoria d’uomo nel secolo scorso ci sono state molte altre nevicate in analoghe condizioni meteorologiche con accumulo nella zona di distacco rilevata di quantità di neve umida pesante in misura notevolmente maggiore.

Perchè soltanto in quel fatidico pomeriggio di gennaio ’17, e mai negli inverni precedenti, il piano di distacco, dovuto all’innalzamento della temperatura del manto nevoso rispetto all’ambiente esterno, si è attivato ad una profondità di circa 2 m. consentendo di mobilizzare quel notevole volume di ben 77.019 mc. di neve umida pesante indispensabile ad innescare con il suo notevole carico gravitativo una valanga di tali proporzioni come quella verificatasi?

La risposta è scontata, semplice ed univoca per ambo le domande: quel giorno si era verificato il terremoto prodotto dalle forti scosse appartenenti alla ben nota sequenza sismica 2016-2017; sequenza che come sappiamo si era annunciata con la prima forte scossa del 24 agosto 2016 di magnitudo momento 6, è proseguita con quella del 30 ottobre 2016 di magnitudo momento 6,5  e poi conclusasi, almeno per quelle di magnitudo superiore a 5,  il 18 gennaio 2017 quando in poco più di quattro ore si sono verificate le seguenti quattro scosse: ora 10:25 di magnitudo 5,1; ora 11:14 di magnitudo 5,5; ora 11:25 di magnitudo 5,4; ora 14:33 di magnitudo 5,0.

E’ quindi del tutto logico prendere in seria considerazione che il tragico evento valanghivo delle ore 16,48 del 18 gennaio 2017 possa avere rappresentato, come recita la stessa letteratura scientifica, un sicuro e normale effetto cosismico.

Infatti sono convintamente dell’opinione che i forti scuotimenti sismici abbiano contribuito in maniera determinante a fessurare e rendere incoerente, con conseguente  abbassamento del piano di distacco, la massima parte del pesante manto nevoso presente in zona vado di Siella.

Altresì,  dal momento che non si era provveduto all’evacuazione del Resort già dal giorno prima quando “…sia i bollettini meteorologici… che il bollettino valanghe emesso dal Servizio Meteomont avevano confermato lo scenario di precipitazioni nevose intense e di possibile attività valanghiva, sono dell’opinione che i centri di protezione civile operativi in quei giorni avrebbero dovuto considerare il rischio di un eventuale evento valanghivo, anche e soprattutto quale possibile e naturale effetto cosismico dopo la sequenza delle forti scosse della mattinata del 18 gennaio, e quindi attivarsi immediatamente e con qualsiasi mezzo per una precauzionale evacuazione.  

Nel concludere lo sviluppo di questa mia seconda considerazione, ed avendo piena ed incondizionata fiducia nella giustizia, vorrei tanto che nell’accertamento delle responsabilità si tenesse presente il fatto che il fenomeno valanghivo del 18 gennaio 2017 ha rappresentato “con ragionevole certezza” un evidente e provato effetto cosismico alla pari di frane, colate detritiche e quant’altro si verificano in concomitanza con i terremoti.

Infatti, come ho già tentato di spiegare, non condivido e trovo a mio parere alquanto fuorvianti in fase interpretativa, specie per chi ha il compito di vagliare i fatti e decidere in conseguenza, alcune espressioni conclusive  dei periti quando riportanocon ragionevole certezza si afferma che la valanga fu innescata dal carico gravitativo(non può essere altrimenti!) prodotto dalla nevicata e non dalle scosse del terremoto (si tratta invece a mio parere di un evidente e provato effetto cosismico!) ed inoltre che l’evento valanghivo può essere considerato relativamente eccezionale riguardo la quantità di massa nevosa movimentata in zona di distacco (non esiste alcuna eccezionalità dal momento che l’entità della massa nevosa movimentata trova una sua logica spiegazione nelle prevedibili fessurazioni prodotte dai forti scuotimenti sismici con conseguente spostamento a maggiore profondità del piano di distacco della valanga e quindi forte incremento della massa nevosa mobilizzata)”.

 

Gabriele Graziosi

 

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