Il tentativo di ricostruire in un processo penale quanto di oscuro accadde in quel 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta nelle battute finali del sanguinoso sequestro Gancia, firmato dalle Brigate Rosse, in cui morì il carabiniere pennese Giovanni D’Alfonso, è arrivato alle richieste dell’accusa: ergastolo per Mario Moretti e Renato Curcio, 21 anni per Lauro Azzolini costretto dalle insidiose intercettazioni col trojan e dalle sue impronte digitali scovate nella relazione originale sui fatti inviata a Curcio, a confessare la sua presenza.
Una requisitoria durissima, senza gli imputati di omicidio, quella di Emilio Gatti e Ciro Santoriello, i due pubblici ministeri che davanti alla corte d’Assise di Alessandria hanno tratteggiato le responsabilità dei leader storici delle Brigate Rosse. Oltre al militare vestino, 45 anni, padre di tre bambini, in quel prato davanti alla cascina Spiotta vicino Acqui Terme morì in circostanze ugualmente dubbie anche Margherita Cagol, la consorte di Curcio, che progettò col marito e Moretti il rapimento del ricchissimo industriale vitivinicolo Vittorio Vallarino Gancia a Canelli il 4 giugno per la cui liberazione, avvenuta al mattino seguente dopo una cruenta sparatoria con i carabinieri, venne richiesto un riscatto di un miliardo di lire mai versato.
Nel quantificare le pene, il Pm Gatti ha voluto distinguere le colpe dei tre uomini alla sbarra. Azzolini, 83 anni, già dissociatosi dalla lotta armata nel 1987 (senza citare all’epoca il sequestro Gancia) e al carcere duro dal 1978 al 2002, era stato prosciolto in istruttoria per la stessa vicenda dopo dieci anni di indagini, sempre nel 1987; il fascicolo però si è perso durante l’alluvione di Alessandria, nel ’94. Per l’accusa la sua presenza sul luogo del conflitto a fuoco con la pattuglia dei carabinieri, guidata dal tenente Umberto Rocca e in cui militava D’Alfonso, configura un pieno concorso nell’omicidio del militare pennese.
Azzolini avrebbe eseguito il dettame programmatico della lotta armata brigatista che imponeva, in caso di accerchiamento da parte delle forze dell’Ordine, di fare fuoco per sfondare il blocco. E in effetti alla cascina il nucleo dell’Arma impegnato nelle operazioni di ricerca del rapito giunse dopo che, dalla compagnia dei carabinieri di Canelli la quale aveva arrestato Massimo Maraschi ingenuamente bloccato mentre era diretto alla Spiotta, le erano pervenute indicazioni sulla prigionia dell’industriale. Il tenente, D’Alfonso e il maresciallo Rosario Cattafi vennero accolti dalle bombe. L’altro carabiniere Pietro Barberis avrebbe sparato alla Cagol in combattimento.
Rocca nel frattempo fu menomato gravemente, perdendo l’occhio ed il braccio sinistro sull’aia, Cattafi leggermente ferito: D’Alfonso sparò, cercando di fermare la fuga nelle auto di almeno due brigatisti (Cagol e Azzolini) finendo a sua volta per essere ferito letalmente: si spense alcuni giorni dopo. Azzolini ha addossato alla moglie di Curcio la responsabilità di averlo freddato: resterà un mistero, un altro dei tanti di questa opaca vicenda degli anni di piombo. Non è certo neppure quanti brigatisti fuggirono: c’è chi parlò inizialmente di un secondo.
Riconoscimento delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti: sono state le richieste per Azzolini, mentre per Moretti e Curcio attenuanti assolutamente escluse. Gatti ha sollecitato il carcere a vita per loro, derivante dal reato di concorso morale. Curcio, classe 1941, ha scontato 18 anni dopo essere riuscito a fuggire, grazie alla moglie e a Moretti, da Casale Monferrato tre mesi prima del sequestro Gancia. Mario Moretti, sei ergastoli per il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e di altri, ha 80 anni e, dal 1981 quando il 4 aprile fu arrestato a Milano dopo nove anni di latitanza insieme a Enrico Fenzi, è ancora in semi libertà a Brescia.
“Uno si è fatto interrogare e ha raccontato un sacco di bugie, l’altro neanche quello“, ha spiegato l’accusa parlando di Curcio e Moretti. L’impianto dei Pm intende smontare la tesi del concorso anomalo su cui puntano le difese. Si parla di responsabilità diretta e consapevole. “Curcio mente quando dichiara di non aver mai conosciuto Azzolini. La gestione del sequestro Gancia, il primo delle Br a scopo estorsivo per autofinanziamento, era un rapporto tra pari pienamente condiviso dai vertici”.
A inchiodare la leadership di Curcio, sarebbero state le ammissioni di Azzolini sulla presenza nel sequestro di Attilio Casaletti, deceduto, indicato come il contatto di sicurezza con lui che lo informò nel pomeriggio del 5 a Milano sulla sparatoria accaduta, appresa dalla radio. Restano tuttavia le mancate risposte dopo due anni di processo voluto dall’esposto nel 2021 di Bruno D’Alfonso, uno dei tre figli della vittima, ieri in aula con le due sorelle, ed alimentato da due libri d’inchiesta giornalistica. Il gruppo che operò per rapire Gancia non è stato infatti individuato dal processo.
Azzolini è stato rimproverato per non aver fatto i nomi, se non quello di Casaletti. La morte di Margherita Cagol, uccisa probabilmente non nella dinamica tramandata, rimarrà un mistero. L’accusa ha anche fatto notare a Curcio che negli anni avrebbe potuto chiedere la riapertura del caso. Le parti civili hanno chiesto risarcimenti milionari. Il 23 giugno la parola alle difese, il 7 luglio la sentenza. Un caso italiano, la cui piena verità storica rimane sullo sfondo.
















