“In un tempo in cui troppo spesso si chiede ai cittadini di schierarsi prima ancora di aver compreso davvero la posta in gioco – dichiara il consigliere regionale Leonardo D’Addazio – l’incontro avvenuto nella Sala Consiliare del Comune di Penne venerdì 13 marzo ha avuto il merito di riportare il dibattito sulla riforma della giustizia sul terreno della chiarezza”.
Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo è stato affrontato come una questione di equilibrio tra poteri, terzietà del giudice e credibilità del sistema giudiziario con una particolarità: il dibattito è stato tradotto in tempo reale in Lingua dei Segni Italiana, una prima nel territorio pescarese per un evento sulla campagna referendaria. I saluti istituzionali sono stati del consigliere regionale Leonardo D’Addazio, promotore dell’incontro, e del Sindaco Gilberto Petrucci; ad introdurre e moderare la serata, Giuseppina D’Angelo, avvocato e consigliere comunale a Pescara.
L’avvocato Daniela Terreri, vicepresidente dell’Ordine degli Avvocati di Pescara, ricostruisce innanzitutto la genealogia di un provvedimento partendo da tre delle cinque proposte dei referendum popolari abrogativi del 12 giugno 2022, che non raggiunsero il quorum e non portarono ad alcun cambiamento legislativo, in cui già si parlava di separazione delle carriere, di elezione del CSM e delle valutazioni del magistrati, per poi passare alla Riforma Cartabia ed alla Riforma Nordio precisando che la riforma Cartabia aveva già ridotto il passaggio tra le funzioni di PM e giudice, limitandolo a una sola volta nei primi dieci anni di carriera; la riforma costituzionale Nordio va oltre, prevedendo carriere separate sin dall’inizio, due CSM distinti — uno per la magistratura giudicante, uno per quella requirente — ed istituisce l’Alta Corte Disciplinare con il compito esclusivo di giudicare gli illeciti disciplinari di tutti i magistrati. A differenza dei referendum del 2022, che erano abrogativi e richiedevano il quorum, questa consultazione è di tipo confermativo: vince il sì o il no che ottiene più voti, senza soglie minime di partecipazione.
L’avvocato Francesco Di Tonto, coordinatore del Comitato Sì Riforma Pescara, imposta il proprio intervento su una domanda volutamente elementare: c’è qualcuno tra voi che, in caso di processo penale, vorrebbe un processo ingiusto? Il giusto processo è scritto nell’articolo 111 della Costituzione dal 1999 e prevede che il giudice sia terzo e imparziale, entrambi gli aggettivi insieme, perché indicano cose diverse; terzo significa distante da entrambe le parti, imparziale significa privo di condizionamenti esterni. Oggi pubblici ministeri e giudici appartengono allo stesso CSM, si valutano a vicenda, condividono la stessa carriera — e Di Tonto cita Sciascia: la forma è tre quarti della sostanza. Il paragone che usa è immediato: immaginate un arbitro che nel pomeriggio va a sedersi nel CSM dove potrebbe valutare la carriera del PM che ha affrontato in udienza la stessa mattina.
A dargli sostanza tecnica è il dottor Gianluca Sarandrea, giudice presso il Tribunale Penale di Pescara, che parla con la cautela di chi è abituato a soppesare le parole; riconosce apertamente che condividere momenti della carriera professionale con i PM crea una vicinanza, anche inconscia, che si manifesta soprattutto nella fase delle indagini e nella gestione delle richieste cautelari. Sul sorteggio dei componenti del CSM smonta l’obiezione più comune, quella che sarebbe antidemocratico perché toglie ai magistrati il diritto di scegliersi i propri rappresentanti: il CSM è un organo di alta amministrazione, non deve rispondere a una base elettorale, deve essere indipendente da essa. Sull’Alta Corte Disciplinare — nove magistrati estratti a sorte tra quanti hanno almeno vent’anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità, sei membri laici tra cui tre nominati dal Presidente della Repubblica e tre estratti da una lista del Parlamento in seduta comune.
Massimo Galasso, avvocato penalista e rappresentante delle Camere Penali, aspetta questo momento da trent’anni; ventotto anni di aula, solo processi penali, e la separazione delle carriere che sente come il completamento logico di un percorso iniziato nell’89, quando entrò in vigore il nuovo codice di procedura penale che abbandonò il modello inquisitorio del codice Rocco del 1930, e proseguito nel 99 con la costituzionalizzazione del giusto processo. Anche la bicamerale D’Alema del 1997 proponeva qualcosa di sostanzialmente analogo; il PD avanzava proposte simili ancora tra il 2018 e il 2022. Il suo ragionamento è geometrico: in un processo equilibrato il giudice deve stare realmente al vertice di un triangolo, equidistante da accusa e difesa. Se invece il giudice e il pubblico ministero continuano a provenire dalla medesima carriera e a muoversi nel medesimo circuito ordinamentale, quel triangolo tende a deformarsi. Da qui anche la critica alle dinamiche correntizie interne alla magistratura e a un sistema di valutazione percepito da molti come troppo poco selettivo per essere davvero credibile.

Sul 99,8% di valutazioni professionali positive per i magistrati italiani è diretto: in qualsiasi professione una valutazione che premia il 99,8% delle persone è una formalità, non una valutazione; e quelle formalità le gestisce il CSM, dove le correnti — ciascuna con la propria colorazione politica esplicita — decidono carriere, nomine, trasferimenti. Se anche solo in un caso un procuratore è stato nominato per appartenenza correntizia anziché per merito, quel caso solo basta a giustificare il sorteggio. Sull’argomento della “cultura della giurisdizione”, l’idea che il PM accusi meglio perché ha condiviso la carriera col giudice, Galasso inverte la domanda: e se fosse il giudice a venire condizionato psicologicamente dal PM nel percorso professionale comune? Di questo, dice, bisognerebbe avere più paura.
Dal pubblico prende la parola Giuseppe Petrucci, delegato regionale della Federazione Sport Sordi Italia — la cui figlia ha tradotto l’intera serata in lingua dei segni, garantendo che nessuno restasse fuori dal dibattito; pone una domanda diretta sul tema della responsabilità: chi sbaglia, paga davvero? Giuseppina D’Angelo risponde con altrettanta precisione: le sanzioni, ove comminate, non pregiudicano le progressioni di carriera.
Il dott. Sarandrea chiude con onestà intellettuale, avvertendo che dire il CSM non sanziona nessuno è tecnicamente sbagliato — le sanzioni ci sono, poche ma ci sono — e che usare argomenti imprecisi indebolisce una causa giusta; il problema sta nell’architettura di un sistema dove chi sanziona e chi viene sanzionato condividono la stessa casa istituzionale. Poi cita Giovanni Falcone: nell’intervista a Repubblica del 1991, il giudice disse che “chi, come me, richiede che giudici e PM siano due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato.”














