PADRE ACCUSATO DI ABUSI E POI ASSOLTO
Il caso abruzzese riapre il tema della violenza letta con un solo occhio

Un uomo arrestato. Quarantacinque giorni di carcere. L’accusa più devastante che possa colpire un padre: abusi sulle figlie. Poi arriva il processo e il tribunale stabilisce che il fatto non sussisteÈ accaduto in Abruzzo e il caso riapre una questione che nel dibattito pubblico italiano continua a essere evitata: la violenza nelle relazioni non è un fenomeno unidirezionaleQuando l’accusa riguarda reati familiari o sessuali, la condanna sociale arriva molto prima della verità processuale. L’arresto fa notizia. L’assoluzione molto meno. E quando arriva, spesso la vita dell’accusato è già stata travolta.

Da anni APROSIR ANTIVIOLENZA ODV, associazione con sede a San Benedetto del Tronto impegnata nella prevenzione e nel contrasto della violenza relazionale, denuncia i limiti di una lettura ideologica del fenomeno.

«Nel dibattito pubblico dominante la violenza viene spesso rappresentata come un fenomeno strutturalmente maschile» afferma la psicoterapeuta Antonella Baiocchi, vicepresidente di APROSIR «con la donna automaticamente collocata nella posizione di vittima». Secondo l’associazione si tratta di un’interpretazione riduttiva e pericolosa, che genera gravi effetti collaterali: la creazione di vittime di serie A e vittime di serie B; l’invisibilità della violenza agita dalle donne.

«La diffusione della concezione unidirezionale della violenza ha avuto conseguenze non solo culturali, ma anche giuridiche» commenta Adamo De Amicis, presidente dell’associazione. «Negli ultimi anni l’ordinamento italiano ha introdotto strumenti normativi importanti, come la legge sullo stalking e il cosiddetto Codice Rosso, con l’intento – certamente condivisibile – di garantire una tutela più rapida ed efficace alle vittime di violenza. Tuttavia, nella prassi giudiziaria queste norme hanno contribuito a modificare l’equilibrio tra accusa e difesa, rafforzando il peso delle dichiarazioni della presunta vittima nella fase iniziale del procedimento: ciò che conta diventa ciò che viene narrato».

Nel diritto penale italiano, infatti, uno dei principi fondamentali è l’onere della prova, secondo cui spetta all’accusa dimostrare la colpevolezza dell’imputato attraverso elementi oggettivi e riscontri verificabili. «Quando questo equilibrio si sposta e la percezione soggettiva della presunta vittima assume un valore probatorio centrale» spiega De Amicis «è altissimo il rischio che l’accusa produca effetti immediati gravissimi sull’accusato, ancor prima della verifica dei fatti».

«Quando il sistema finisce per credere sulla parola della denunciante, non solo si rischia il declino del principio di giustizia e la messa alla gogna di persone innocenti» precisa Antonella Baiocchi «ma si genera anche un effetto ben noto in criminologia: quando uno strumento offre un forte potere immediato, aumenta il rischio che venga utilizzato in modo improprio. In questo contesto non poche donne, consapevoli del potere che la narrazione unidirezionale della violenza attribuisce loro, possono essere tentate di utilizzare lo strumento della denuncia non per tutelarsi da una reale violenza, ma per vendicarsi o per perseguire i propri obiettivi attraverso scorciatoie».

Diversi studi e analisi sul fenomeno segnalano come questa dinamica emerga con particolare frequenza nei contesti di separazione e conflitto familiare, dove le denunce per maltrattamenti, stalking o abusi possono essere utilizzate come strumenti all’interno delle controversie relazionali.

Uno studio condotto dal Centro Studi Applicati (CSA) diretto da Fabio Nestola, basato sull’analisi dei dati delle denunce e delle condanne relative ai cosiddetti “reati spia” della violenza domestica, ha evidenziato come una quota molto elevata di procedimenti nei confronti degli uomini, avviati da partner o ex partner, si concluda con archiviazioni, proscioglimenti o assoluzioni.

Secondo tali analisi, la discrepanza tra numero di denunce e condanne definitive indicherebbe una presenza significativa di accuse prive di riscontro giudiziario, fenomeno che risulta particolarmente frequente proprio nei contesti di separazione e contesa genitoriale.

Dal 2020 APROSIR gestisce il Centro Antiviolenza “Oltre il Genere”, un progetto nato per offrire ascolto alle vittime che restano invisibili nei sistemi tradizionali di tutela: uomini e persone LGBT. Il centro, raggiungibile attraverso il sito www.laviolenzanonhasesso.it, accoglie richieste di aiuto da persone che non trovano ascolto nei circuiti istituzionali: uomini e persone LGBT.

«Riceviamo richieste di aiuto da uomini disperati, la gran parte vittime di violenza da parte di partner o ex partner» spiega Mara Vena, responsabile del call center del centro antiviolenza. «Molti di loro arrivano dopo essere stati respinti da centri antiviolenza tradizionali dedicati esclusivamente alle donne. Molti sono stati privati di tutto – figli, denaro, casa, dignità, reputazione – e alcuni arrivano a parlare di suicidio. Il nostro compito è aiutarli a ritrovare una via d’uscita».

Dal 2023 APROSIR gestisce inoltre due centri rieducativi per autori di violenza: il CUAV – Centro per Uomini Autori di Violenza; il CEDAV – Centro Donne Autrici di Violenza. Quest’ultimo rappresenta una realtà innovativa nel panorama italiano, dedicata ai percorsi di responsabilizzazione delle donne autrici di comportamenti violenti.

Conclude Antonella Baiocchi: «La prospettiva che da anni portiamo avanti è inclusiva e non divisiva: bisogna smetterla di mettere uomini e donne gli uni contro gli altri. La violenza non è maschile né femminile. È una patologia delle relazioni, che può appartenere a qualsiasi persona».

 

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