Tre mesi di scuola mancanti, gli ultimi tre di un irrecuperabile percorso di vita: a concludere un colloquio che i ragazzi racconteranno come un goal a porta vuota. O forse no? In attesa di raccogliere impressioni e stime raccontateci il vostro ricordo legato agli esami di maturità come hanno fatto Marcello, Livia, Costantino, Paola, Elisa… persone e non imbuti!

Covid 19 non è solo una sigla, non è solo un curioso palloncino pieno di punte aguzze che non riescono a sgonfiarlo. E’una diga, uno spartiacque, un crinale. Fingere che sia altro è menzogna. Ha fatto irruzione nelle nostre vite, ha minato le nostre certezze, ha generato crolli irreparabili, ma soprattutto ha giocato un brutto scherzo ai più giovani, costretti a un isolamento che sembravano avere recepito normale nella loro vita nutrita di smartphone e social. La generazione degli a-social si è trovata proiettata, come in un videogame di cui non si conoscono i livelli né la finalità, a sperimentare il virtuale che si è fatto reale e una vicinanza sconosciuta alla famiglia. Una condivisione forzosa di spazi che li ha costretti a rivedere la vita, le relazioni, a fare i conti con i problemi di un quotidiano che, soprattutto i più fortunati, non conoscevano.

Sospesi in una bolla, chiusi in una stanza, senza l’odore dell’altro, con la “capanna” di protezione. Tra loro, i ragazzi prossimi al rito di passaggio per eccellenza: l’Esame di Stato, patente per l’età adulta. Privati di quella importanza che solo la temuta “maturità” era capace di regalarti.  Schiacciati tra le generazioni del secolo breve e il ventennio del secolo che li ha visti nascere e crescere, imitati più che guidati dagli adulti.

Sembra, così ci dicono le stime, che, più di ogni altra età, si siano adeguati alla chiusura sociale, che meno ne abbiano sofferto. Forse è vero, forse no. Certo è che stanno vivendo un tempo straordinario, una guerra non dichiarata, senza alzarsi dal divano, gli “sdraiati” come qualcuno li ha definiti, si sono conquistati, a diritto, le pagine di storie e una Storia incredibile da raccontare.

Lo specchio deformante del futuro, a questi ragazzi, generazione dell’eterno presente, sta mostrando il passato, il come saranno raccontati.

 Nel racconto “Un anno di scuola”, Giani Stuparich vedeva nell’esame di maturità non solo il disgregarsi di una classe e di un’amicizia corale, ma anche la simbolica dissoluzione dell’impero asburgico, quasi grande e variopinta classe distrutta dall’irrompere della storia: dei protagonisti del racconto solo la ragazza, l’unica studentessa della scuola, procede oltre, verso il futuro, mentre i tre  amici sembrano restare bloccati  a quella stagione, che è , poi, la breve stagione della grande Trieste. Appena lo scorso anno – e sembra passato un secolo – l’esame appariva non temibile, ma solo malinconico perché capace di distogliere loro, candidi candidati, dal loro presente libero da progetti, l’eterno presente  scandito del compito di matematica in classe o della vacanza per l’improvvisa assenza dell’insegnante, gettarli nel futuro. Quel futuro nel quale così spesso le ore e i giorni vengono sacrificati alla meta da raggiungere e nel quale incombono prove più dure di quella di greco, bocciature più brucianti dell’onesto quattro in italiano, gli ingranaggi dell’integrazione e dell’esclusione.

In realtà, questo crudo futuro era già presente proprio a lì in quella scuola che sembrava nido, in quelle aule né fredde né grigie, ma cariche del colore, dei profumi della prima giovinezza, che oggi i ragazzi scoprono anelare, per un ultimo, negato ritorno. Tre mesi di scuola mancanti, gli ultimi tre di un irrecuperabile percorso di vita: a concludere un colloquio che i ragazzi racconteranno come un goal a porta vuota.

Nel suo “Anniversario dell’esame di maturità”, Franz Werfel mostra la colpa, l’ingiustizia, la discriminazione, a volte persino la crudeltà che già è presente sui banchi dell’adolescenza:un incontro di vecchi compagni dell’imperial-regio Ginnasio di San Nicola, venticinque anni dopo il loro esame di licenza, risveglia memorie lontane nella mente del giudice istruttore, Consigliere di Corte d’appello dottor Sebastian. Era il 1928, così nasceva il mito del finis Austriae, con la rappresentazione filtrata dai ricordi di quella straordinaria maturità, la debolezza e la sorte di un’intera civiltà.

Ogni civiltà ha la sua fine, forse a questo strano alieno piombato fra di noi e frettolosamente battezzato Covid 19 è toccato in sorte di fare da becchino a una civiltà che già la fossa se la stava scavando con allegra e inconsapevole foga. 

Forse, il rito di passaggio dei giovani di questo esordio degli anni ’20 sarà proprio ricordato così. Oppure questi ragazzini, afflitti secondo i più illustri sociologi e psicologi, dalla “sindrome della capanna” potranno permettersi il lusso di giocare qualche tiro allo Spirito oggettivo del mondo e della società, potranno trovare il modo di disturbare almeno con un po’ di chiasso o di tremore il suo ferreo e solenne lavoro.

Del resto, come scriveva il nostro Werfel, “Quando tutte le vie sono ostruite, resta soltanto quella verso l’alto.” Magistra vitae dovrebbe essere la storia, anche quella degli altri, anche quella piccola e privata legata al ricordo di un giorno archiviato tra i riti di passaggio della nostra vita di uomini. A raccontarla ragazzi di ieri, oggi medici, ingegneri, architetti uniti dalla passione “naufraga” della letteratura e una giovane donna.

La mia maturità fu da privatista….non avevo ancora diciannove anni, ma avevo smesso di andare a scuola da quando ne avevo tredici. Mi preparai praticamente da sola, salvo le lezioni di matematica visto che si trattava di maturità scientifica – non era quello che desideravo ma preparare la maturità classica in poco più di un anno era impossibile….Diedi cinque anni di liceo tutti in una volta come al tempo della  famigerata riforma Gentile…una maratona che occupò una interminabile mattinata, alla fine eravamo tutti stravolti  – io e i prof della commissione esterna e interna. Contro ogni pronostico, mi andò bene…nessuno avrebbe scommesso su di me, tranne io stessa. Andò più che bene – ricordo anch’io il senso di irrealtà quando uscii dall’aula, e più tardi quando andai a vedere i quadri con i voti. 52/60 . Incredibile. Ero di nuovo una ragazza normale, come gli altri insomma, come lo ero stata fino alla seconda media. Ma mi sbagliavo. Il buco rimaneva, la maturità non mi aveva dato la normalità – quei cinque anni lontano dalla scuola non me li avrebbe mai ridati nessuno. Il buco c’è ancora e ci sarà sempre – Vecchioni in Luci a San Siro vorrebbe indietro i suoi vent’anni – io vorrei solo potere  frequentare il Liceo Classico di Piazza Trento e Trieste a Monza – quello che ho sempre guardato con invidia dal di fuori, girando la testa dall’altra parte per non farmi prendere dal magone.

Livia

 

Come in un sogno, consueto ormai, sognai la  stanza e la situazione degli esami.Ma diversa. Per notti e notti, accorciate dal fare tardi per studiare ed alzarmi presto per studiare, già col sonno ero in debito. Ed in questo, si striminziva ormai un sogno anemico, timido e di pura paura ..E diveniva ormai, col mio predispormi ad evitarlo, un incubo, sempre uguale. Sognavo le prove scritte come un foglio che, dopo ore di soliloquio mentale e non solo, si riempivano solo di ideogrammi intraducibili, come apostrofi di rabbia, maledicenti le strategie assurde del tuo studio; i risultati: abbozzi di note stonate d’un tema d’italiano, travisazioni sintattiche d’una versione di latino, roteare anarchico di cifre intorno al buco nero della soluzione d’un compito di matematica. Lucidamente il quadro del sogno si arricchiva della catastrofe dell'”orale.” Ad aggiungere onta ad onta, ogni esaminando della storia prefigura la sua fine ingloriosa con la figura-dramma  della ” scena muta”. Che in qualche modo è meno ignominiosa del gutturale sussurrato e del dimenarsi della   faccia, della lingua, della bocca e della mente che provano a parlare d’un argomento di cui non si sa niente.

Alzandomi – o svegliandomi soltanto per rialzare il capo accucciato tra le braccia poggiate sul tavolino di studio,  dove campeggiava aperto un libro che mi aveva sfinito fino all’addormentameto e su cui, all’albeggiare, avevo poggiato la tempia – trovai, poggiato di lato, lo “Zabaione della Mamma”.  Pensare che era l’estremo modo che ha una mamma di trarti ancora a sè, di strapparti di mano questo primo vero amaro calice che la vita ti poneva davanti e, sostituirlo, nottetempo, col bicchiere di zabaione d’uova fresche, di Marsala – un goccio – e di cucchiaiate colme di zucchero, agitando e strapazzando il tutto a più di centoventi giri di polso al minuto. Pensare questo era ancora poco.

Per ravvivarmi per davvero non mi bastava più il pur dolce amore materno e neppure il dolcissimo, nauseabondo incollaticcio intruglio che pure tracannavo d’un sorso leccando con la lingua i bordi del  bicchiere. Mi serviva  qualcos’altro ! Ecco, un sogno diverso!

Lui, a me che ormai disperavo, arrivò a ridosso del giorno epocale.  E arrivò guascone e irriverente. Proprio come il sogno che avevo sempre sognato di sognare. Vedevo l’aula allungata a dismisura fino a sembrare la prospettiva dei Campi Elisi, ma inframezzata dalla lunga teoria dei banchi di formica color verde erba rada, bordati di color nero calamaio.  Li avevano affilati alla men peggio

svogliati bidelli e bidelle giugnini, catturati prima di poter presentare il salvifico certificato medico. Il luogo della mattanza non mi sembrava poi così tetro. Era pur sempre il corridoio d’un austero convitto umbertino, ma dalle vetrate in alto il sole dell’estate che fuori già impazzava, non s’era poi proprio dimenticato di lui e di noi. Tutto era pronto e nulla era pronto per la prima giornata. La parvenza di ordine che regnava tra i banchi si scomponeva procedendo ed arrivando al fondo del corridoio. Lì, qualcuno bene informato, aveva fatto sapere confidenzialmente che il corpo insegnante-esaminante bivaccava da almeno tre giorni. Aveva requisito oltre alla Sala dei Professori e la Presidenza tre aule attigue e due bagni.

Confortato da questa caduta   di stile e di austerità che, mano a mano che proseguivo verso il fondo, mi si appalesava, decisi di farmelo tutto il bagno di ardimento. Mi accostai ad Alcesti, esemplare puro della ruffianità dei bidelli, che sotto il camice nero da lavoro esibiva  un bermuda di sgargiante  “orange” e lasciava apparire i nudi  polpacci di   flemmatico spostatore di sedie e di banchi. Stava fingendo di far pulizia razzolando a spizzichi il grosso dei resti di un qualcosa  che doveva essere nata come frugale colazione di lavoro e doveva essere in qualche modo degenerata in un happening  di selvaggia e suina colazione sul prato ; una consumazione frenetica dopo rapina ad una tavola calda  o il kamasutra della ristorazione mordi e fuggi.

C’era di tutto : tozzi di panino indurito su cui si poteva ancora scorgere il calco della dentatura ed affianco ostiali fette di salame tipo Milano sgualcite ed irrancidite, patacche di olio sulle sedie, sui tavoli  finanche sul pavimenti e sui muri, vestigia di monconi di bucatini col sugo alla amatriciana  con attorno una semenza sparsa di tocchetti di pancetta e mucillagine di pomodoro, straboccati da una delle tante argentee vaschette di carta d’alluminio  e carta oleata. …..

Costantino

 

Direi che ogni cosa dell’uomo ha i suoi tempi e ciò che risulta noioso oggi può risultare entusiasmante domani.  C’è, credo, da parte di buona parte degli studenti, la tendenza a identificare la “cultura” con qualcosa di barboso e di fumoso e in ciò magari sono complici involontari gli insegnanti. Molto, infatti, dipende da chi insegna. La “cultura” può essere divertimento anche per lo studente la cui prima preoccupazione, in genere, è tirare a campare per finire l’anno.

Io ebbi la fortuna al liceo di avere un professore di italiano che mi fece amare la materia. Si chiamava Attilio Credidio ed è stata una delle persone che più hanno influenzato la mia vita. Me lo ricordo ancora molto bene, come se fosse ieri, quando attaccava un canto di Dante e, subito dopo, chiudeva il libro e andava avanti a memoria. O quando parlava di prodromi del romanticismo  già mentre trattava i poeti del Dolce Stil Novo. Mi ricordo come l’ultimo anno, quello della nostra maturità, la sua mente avesse cominciato a dare segni di cedimento. Insomma la letteratura ce la fece amare davvero. Dall’altra parte c’era mio padre che all’occasione sfoderava l’Eneide in latino a memoria ( oltre Dante, anche lui). Loro due avevano più o meno la stessa età e uscivano più o meno dallo stesso corso di laurea.  Era passione la loro, fu vera gloria? Oppure era la scuola che allora preparava in un certo modo e questa preparazione poi fluiva sugli alunni per un naturale processo di osmosi?

Marcello

 

Fare la maturità a 42 anni ha lo stesso senso di irrealtà di un sogno bislacco. Per nove mesi, per nove mesi sono andata ogni sera a sedermi in un’aula scolastica, proprio un’aula scolastica, come quelle di allora. Con i banchi (ma chi li ha inventati quei banchi?) scomodi, rotti, traballanti, la cattedra (ma perché gli insegnanti hanno diritto ad una sedia comoda e io che ho lavorato tutto il giorno no?), con la lavagna, il gesso e la cartina appesa alla parete. Arrivando trafelata, dal lavoro, salendo con un po’ di fiatone, i due piani a piedi sotto il peso dello zaino pieno di libri. Passando bruscamente dal mio ruolo da …”adulta”, che fa un lavoro in cui dice agli altri cosa devono fare, ad un posto dove persone, a volte anche più giovani di me, mi danno con nonchalance del tu, mi giudicano, e mettono in atto i loro giochini di potere. Perché la scuola è piena di abusi di potere. La scuola è carica di sadismo.

Lì, seduta nel banco, completamente spogliata dal mio vestito da donna adulta. Lì, a sentirmi dire che … non si può chiedere di andare in bagno alla prima ora, potevo farla a casa!!! (Casa? Ma l’ho lasciata 12 ore fa). Ma vi ci immaginate a chiedere il permesso per fare la pipì? E poi i miei compagni, quasi tutti sotto i vent’anni, che non sanno bene come trattarmi. E nemmeno io so come trattare loro. Il tentativo ridicolo di mimetizzarmi che va a rotoli quotidianamente.

Nove mesi sono lunghi, in nove mesi succedono un sacco di cose. Fuori, nella vita, non dentro alla classe. E le presenze che avevo intorno quando ho incominciato sono evaporate. Adesso ci sono altre presenze, per lo più emerse casualmente da un passato troppo lontano. E che non sanno perché mi sono presa questa gatta da pelare e cosa questo rappresenti per me. Anche se provo a spiegarlo, non lo sanno, non hanno le coordinate per capire. E quei ragazzi intorno che non sanno perché sono lì e vorrebbero disperatamente essere altrove, invece per me è quasi una questione di vita o di morte. Perché questo stupido esame (di maturità! Ma non ho già dimostrato di essere matura? Questo giovane uomo che ho cresciuto, che entra e esce dalla mia casa, che inizia a costruirsi la sua vita, non mi dice ogni giorno che sono matura?) per me significa permettere, finalmente, che il tempo ricominci a scorrere.

Il tempo, che si era cristallizzato in un fallimento, il tempo che si era congelato in una sorta di attesa, attesa che la vita ricominciasse a scorrere. Attesa di sentirmi viva, di sentirmi dentro alle cose. Questo bollino, questa certificazione, omologazione di cultura “media”, è stupidamente necessario perché io possa scegliere di vivere. È un chiudere i conti con il passato è un ponte. È una soglia, è una porta che si apre verso la possibilità di costruire, anche se con vent’anni di ritardo, ma mia vita. La mia, vissuta in prima persona, scelta, costruita, sudata. Non una vita che mi vive, non un lavoro in cui arranco tirando la pensione. È presuntuoso? Sì, qualcuno ha detto che è presuntuoso. Forse. Ma io ci devo provare e, sinceramente, ho più paura di quello che succederà dopo che dell’esame. Per tanti motivi. Perché quando prendi la tua vita e la rivolti come un calzino, nulla resta fermo. Ci sono cose note ed amate che scompaiono, cose che mai avresti voluto vedere che emergono con forza. Cambia tutto. Lo so, ho rivoltato la mia vita come un calzino tante volte, ma mai così profondamente.

E adesso mi aspetta un futuro che devo affrontare da sola, non perché mi serva la solitudine, ne farei volentieri a meno, è della libertà che ho bisogno. E per la libertà sono disposta a rinunciare al sostegno che dà il fatto di non essere soli. Anche se, a volte, mi sento fragile. 

Paola

 

E solo ieri…

La mia maturità è stata la prima della nuova riforma, con prof interni e ed esterni, una tesina da discutere – Marx – l’alienazione dell’uomo di fronte alla macchina – Volponi – una versione di greco tra le più facili che avessi fatto durante l’anno e un tema sugli intellettuali e la guerra. Tutto qui.

Elisa

Prof. Maria Laura Platania

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