L’inquietudine nell’età dell’algoritmo. Perché l’intelligenza artificiale non riguarda soltanto i tecnici o la Silicon Valley, ma interroga anche i territori, la vita quotidiana e l’idea stessa di persona

Francesco Recanati

 

Si può parlare di intelligenza artificiale da un giornale del territorio, senza inseguire le mode del momento e senza relegare il tema agli specialisti? Credo di sì. Anzi, credo che oggi sia necessario farlo proprio da qui. Non è un caso che anche «Lacerba» abbia già dedicato attenzione a questi temi. Le domande decisive, infatti, non nascono solo nei grandi centri della tecnologia o nei laboratori di ricerca, ma anche nei luoghi concreti della vita: nelle comunità, nelle scuole, nelle professioni, nei territori che rischiano di apparire periferici solo a chi continua a pensare che il futuro si decida sempre altrove.

L’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la Silicon Valley o i colossi tecnologici. Ha già cominciato a incidere sul nostro modo di lavorare, informarci, studiare, scrivere, decidere, comunicare: sul modo in cui stiamo imparando ad abitare il presente. Anche in Abruzzo, anche nelle realtà locali, non è più un tema lontano. È già entrata nella vita quotidiana. Per questo è un errore considerarla soltanto una questione tecnica o uno strumento neutro. Certo, l’IA è anche calcolo, addestramento su enormi quantità di dati, sofisticazione informatica. Ma fermarsi qui significherebbe perdere il punto essenziale.

La vera domanda non è soltanto che cosa sappiano fare le macchine, ma che cosa accada all’uomo quando comincia ad affidare alle macchine una parte crescente delle proprie attività: scrivere, scegliere, classificare, prevedere, orientarsi, perfino dialogare. È qui che il discorso sull’IA smette di appartenere ai soli specialisti e diventa una questione culturale, etica e perfino esistenziale.

Ogni tecnologia non si limita a offrirci strumenti nuovi, ma modifica il nostro rapporto con il tempo, con il lavoro, con la memoria, con il linguaggio, con gli altri e con noi stessi. Le tecnologie digitali lo hanno già fatto in profondità; l’intelligenza artificiale accentua questa trasformazione in modo ancora più radicale, perché tocca una soglia particolarmente sensibile, quella delle facoltà che consideriamo più propriamente umane. Quando un sistema di IA generativa scrive un testo plausibile, traduce un brano, riassume un libro, genera immagini o suggerisce una decisione, non siamo semplicemente di fronte a un software più efficiente. Siamo di fronte a un fenomeno che ci costringe a ripensare il valore della parola, della competenza, dell’autonomia e perfino dell’intelligenza. Non perché le macchine “pensino” come noi – su questo la retorica corre spesso più della chiarezza – ma perché la loro efficacia ci obbliga a domandarci che cosa resti propriamente umano quando molte operazioni, a lungo ritenute distintive dell’umano, possono essere imitate, automatizzate o delegate.

Il rischio più serio non è soltanto quello, pure reale, di perdere posti di lavoro o di essere sommersi da contenuti artificiali. Il rischio più sottile è un altro, ovvero cominciare a guardare noi stessi con gli occhi della macchina, accettando quasi senza accorgercene che il valore delle persone si misuri in termini di prestazione, velocità, efficienza, capacità di produrre risposte immediate. È una tentazione che precede l’esplosione dell’IA, ma che l’IA può accentuare con forza, perché ci mette davanti a sistemi che, almeno all’apparenza, non esitano, non si stancano, non dubitano, non soffrono.

Eppure l’essere umano non coincide con la sua efficienza. Non si lascia ridurre alla rapidità di una risposta, alla capacità di elaborare dati, alla precisione di una prestazione. L’essere umano è anche lentezza, memoria, desiderio, fragilità, conflitto, libertà e, soprattutto, responsabilità. Può sbagliare, fermarsi, cambiare idea, interrogarsi sul senso di ciò che fa. Porta in sé un desiderio che nessuna risposta riesce a colmare del tutto e che lo rende costitutivamente inquieto.

È a partire da questa domanda che ho scritto Inquietum cor. Sull’inquietudine nell’epoca dell’algoritmo, pubblicato da Rubbettino Editore. L’idea da cui parto è semplice, ma oggi tutt’altro che scontata: il problema dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la tecnica, ma il modo in cui essa intercetta la struttura più profonda dell’umano, il suo desiderio, la sua apertura, la sua interiorità. Nel libro ho provato a dirlo così: “In ogni epoca l’essere umano ha dovuto scegliere se restare in superficie o scendere in profondità. Oggi questa tensione assume forme nuove. Viviamo immersi in un flusso continuo di stimoli, immagini e notifiche; lo spazio dell’otium – quel tempo che i Latini sottraevano al frastuono del negotium per restituirlo alla riflessione e alla vita interiore – si restringe sempre di più. Tornare a sé non è un lusso spirituale, ma una necessità. In un tempo che ci spinge costantemente fuori da noi stessi, parlare di interiorità non è anacronistico, ma essenziale. È qui che il pensiero di Sant’Agostino torna a interrogare il presente: il desiderio umano è più vasto di qualsiasi profilazione, e nessuna risposta immediata e standardizzata riesce davvero a colmare l’inquietudine del cuore”.

 

 

È qui, credo, che si gioca uno dei nodi fondamentali del nostro tempo. L’intelligenza artificiale promette velocità, semplificazione, ottimizzazione, personalizzazione. E in parte mantiene queste promesse. Ma il punto è capire quale immagine di persona rischia di consolidare. Se l’essere umano viene pensato sempre più come un insieme di dati, preferenze e schemi di comportamento, allora la sua interiorità finisce per apparire come un residuo opaco: qualcosa di fastidioso, inefficiente, non misurabile. Se invece si riconosce che la persona eccede sempre i profili che lo descrivono, allora la questione cambia radicalmente: il problema non è più soltanto governare una tecnologia potente, ma custodire un’idea dell’umano che non si lasci esaurire dal calcolo.

Per questa ragione il confronto con l’IA non dovrebbe essere impostato solo in termini di competizione – che cosa sanno fare le macchine meglio di noi? – ma in termini di chiarificazione: che cosa rivela dell’uomo il fatto che oggi costruiamo macchine capaci di imitare alcune nostre facoltà? È una domanda molto meno comoda, ma molto più feconda. Ci costringe a uscire sia dall’entusiasmo ingenuo di chi vede nell’IA la soluzione di ogni problema, sia dal catastrofismo di chi la considera soltanto una minaccia.

In questo senso, l’intelligenza artificiale non riguarda soltanto tecnici e informatici. Riguarda il diritto, la politica, la scuola, il giornalismo, la sanità, la pubblica amministrazione; cioè i luoghi in cui si formano opinioni, si prendono decisioni, si distribuiscono opportunità e si esercitano poteri. Se un algoritmo suggerisce chi assumere, chi controllare, a chi concedere un beneficio, quale notizia mostrare o quale profilo considerare “a rischio”, allora il problema non è solo se il sistema funzioni, ma quale idea di persona, di giustizia e di responsabilità stia incorporando.

Ed è proprio per questo che un dibattito serio sull’IA non può restare confinato nei convegni specialistici o nei tavoli delle grandi imprese tecnologiche. Deve entrare anche nella conversazione pubblica dei territori, nei giornali locali, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle associazioni culturali, nei luoghi in cui una comunità riflette sul proprio presente e prova a immaginare il proprio futuro. Da questo punto di vista, anche un’area come quella vestina può essere un osservatorio prezioso.

La domanda decisiva non è se l’intelligenza artificiale diventerà sempre più potente, ma se sapremo custodire ciò che nell’umano non è traducibile in puro calcolo. È questa la domanda che attraversa Inquietum cor: non demonizzare la tecnologia né celebrarla acriticamente, ma abitare un passaggio d’epoca senza rinunciare a una domanda essenziale. Che cosa resta dell’essere umano, e che cosa può ancora diventare, nel tempo in cui perfino l’intelligenza sembra essere entrata nel circuito della produzione tecnica? È una domanda che non riguarda soltanto filosofi, giuristi o ingegneri. Riguarda tutti noi.

 

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Francesco Recanati

 

Inquietum cor. Sull’inquietudine nell’epoca dell’algoritmo (Rubbettino, 2026, 96 pp., € 12), di Francesco Recanati, propone una riflessione sul rapporto tra intelligenza artificiale e interiorità, rileggendo le sfide dell’epoca digitale alla luce del pensiero di Sant’Agostino. Muovendo dalla convinzione che la questione dell’IA non sia soltanto tecnica, ma anzitutto antropologica, il volume affronta temi come il desiderio, l’inquietudine, l’attenzione, la libertà e la responsabilità, interrogandosi su che cosa significhi essere umani nell’età degli algoritmi. L’obiettivo non è cercare nei classici risposte già pronte ai problemi del presente, ma verificare se il loro pensiero possa ancora offrire categorie capaci di comprendere il nostro tempo. Ne emerge una proposta che invita a guardare all’intelligenza artificiale non solo come innovazione tecnologica, ma come occasione per riscoprire il valore dell’interiorità e la profondità dell’esperienza umana.

Francesco Recanati (1988), nato a Penne, ha vissuto a Loreto Aprutino e da molti anni vive a Trieste. È funzionario pubblico, giornalista pubblicista e dottorando in Filosofia del diritto all’Università Sapienza di Roma, dove conduce una ricerca sulle implicazioni etiche e giuridiche dell’intelligenza artificiale. Ha studiato Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana e l’Università dell’Aquila, e Scienze Politiche all’Università di Trieste. È socio della Società Italiana di Filosofia del Diritto, dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale e della Società Italiana per l’Etica dell’Intelligenza Artificiale. Collabora con «L’Osservatore Romano» e ha curato, insieme a Lucio Franzese, il volume Conversazioni su etica e intelligenza artificiale (Giappichelli, 2025).

 

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