Un appuntamento riservatissimo che comunque fa notizia. Mario Moretti, 78enne pluriergastolano anche per il sequestro e l’omicidio del presidente Aldo Moro, ancora semidetenuto a Brescia, e Renato Curcio (nella foto), 84 anni, storici capi delle Brigate Rosse: si sono parlati a Milano.
E’ successo nel febbraio del 2023 per discutere allora di quelle che erano le indagini preliminari, poi sfociate nel processo che li vede odierni imputati in corte d’Assise ad Alessandria per aver ideato e diretto il sequestro di Vittorio Vallarino Gancia, concluso con l’omicidio del carabiniere pennese Giovanni D’Alfonso, ucciso cinquant’anni fa vicino Acqui Terme nell’azione che portò alla liberazione dell’industriale, rapito dal 4 al 5 giugno ’75, nel fallito tentativo di estorcergli un miliardo di lire.
Curcio in quell’occasione perse la moglie Margherita Cagol, morta in circostanze non chiare, fondatrice con lui ed Alberto Franceschini delle Brigate Rosse. Un altro esponente di spicco, Lauro Azzolini, è indicato a sua volta come il responsabile materiale dell’assassinio del militare vestino: l’11 marzo in aula ha confessato di essere lui il brigatista che era con la Cagol, ma che riuscì a darsi alla fuga attraverso il bosco.
Moretti e Curcio, come risulta da un rapporto del Ros di Torino, si sono dunque dati appuntamento due anni fa: hanno preferito vedersi, immaginando, a ragione, di essere intercettati. Curcio si trovava a Milano per una conferenza e da qualche giorno risultava formalmente indagato per l’omicidio del carabiniere. Con loro anche la consorte di Azzolini, non indagata, ed un loro amico tassista.
I vecchi capi brigatisti si sono mostrati piuttosto infastiditi ed arrabbiati per l’avvio del procedimento penale (“una provocazione“). Temendo gli sviluppi dell’inchiesta della procura della Repubblica di Torino, in azione per l’esposto presentato da Bruno D’Alfonso figlio della vittima, si sono riuniti per concordare delle linee difensive comuni, soprattutto in relazione al possibile coinvolgimento di Azzolini le cui impronte erano state rilevate dal Ris di Parma sull’originale del memoriale scritto dall’allora ignoto brigatista a Curcio per spiegargli la morte della Cagol.
Anomalo il caso di Azzolini, classe ’43: per la morte di D’Alfonso, risultava già prosciolto con formula piena nel 1987 dal giudice istruttore di Alessandria, ma tutto il fascicolo è scomparso. Curcio, parlando in auto con la seconda moglie, intercettato, le cita alcuni passaggi dell’interrogatorio di Moretti (“l’ho trovato molto bene ma molto arrabbiato”).
“Mario li ha mandati affanculo, è ancora in galera…”, ha riferito. “Voglio precisare-è scritto nel verbale che riporta la dichiarazione di Moretti al magistrato Ciro Santoriello-che la scelta di non rispondere non riveste alcun carattere politico, semplice scelta processuale. Non escludo di poter modificare la mia posizione qualora il processo andasse avanti”.
E’ in effetti andato avanti con il rinvio a giudizio ed il dibattimento: udienze il 20 e il 27 maggio. La procura, guidata da Emilio Gatti, ha chiesto alla corte una perizia che stabilisca di chi siano i profili genetici scoperti su una levetta della Olivetti 82, la macchina per scrivere sequestrata nella base brigatista di via Maderno, a Milano, che però non ha scritto il memoriale. Così come non l’hanno scritto, è stato accertato dal Ris, dalle altre due Olivetti sequestrate nella base caldissima delle Br a Baranzate di Bollate un paio di settimane dopo il fattaccio della Spiotta.
Non solo: l’accusa chiede di svelare la paternità delle altre 19 impronte digitali e palmari scovate nel memoriale originale, le 12 nelle due lettere di richiesta del riscatto, di cui una attribuita a Pierluigi Zuffada da poco deceduto, e le due sullo sterzo del furgone utilizzato per il rapimento. L’accusa vuole che siano rilevate tutte le impronte possibili di Moretti e Curcio e che si confrontino con quelle rinvenute.
















