Inferno- La metafora della notte Letture parallele: Dante-Scarano

di Mario Nardicchia

Jorge Luis Borges (1899-1986), scrittore argentino del quale ricorre quest’anno il 35ennale della morte, da giovane aveva mandato a memoria il Don Chisciotte di Cervantes e l’intera Commedia di Dante Alighieri, ciò che gli tornò utilissimo in tarda età, quando perdette la vista ma certamente non il gusto della vita, anzi: «La cecità può essere una clausura, ma anche una liberazione.Una chiave e un’algebra, una solitudine propizia –dirà nel corso di una intervista, aggiungendo addirittura- Grazie a lei ho scritto di più». Con questa premessa affrontiamo ora la tematica della “notte” quale metafora -unitamente  agli aggettivi ad essa confacenti- che il sommo poeta delinea nella prima cantica della sua  formidabile Commedia. Proviamo ad accostare ai versi del Sommo Poeta la loro “traduzione” in dialetto abruzzese, opera del cittadino di Cepagatti Angelo Umberto Scarano (1880-1970), di professione Cancelliere negli Uffici Giudiziari, poi Segretario della Procura della Repubblica e,in fin di carriera Segretario di Corte d’Appello. Scarano riuscì a pubblicare solo l’Inferno per la Tipografia Taranto -Pescara- 1961.Il Purgatorio e il Paradiso sono in brogliaccio depositati nell’Archivio di Stato di Pescara.

[1] l’Alighieri proietta «la notte» piena di tormenti della sua vita in quel «lago del cor», ovvero in quella cavità cardiaca sempre abbondante di sangue che, secondo la tradizione riportata anche da Boccaccio, «è ricettacolo di ogni nostra passione». Da notare l’erudizione di Dante –ma in genere di ogni scrittore di successo- in fatto di conoscenze mediche cardiologiche  così come, ad esempio, il nostro vate D’Annunzio ne “La fiaccola sotto il moggio”, centoventi anni dal suo concepimento: Atto Primo, scena terza, Bertrando: «Ho un rancore mortale contro le tue mani flosce che mostrano l’enfiore del mal cardiaco»; e Tibaldo: «Ohimè! È vero, è vero. E’ l’edema (…). Il mio cuore è ammalato. Morirò di subito (…) ». Scarano glissa sul “lago del cor” con un semplice «chi nna lu core» e non coglie la parte medica del verso…

[2] Dante dipinge con sublime maestria la luce crepuscolare accorciando e la notte e il giorno.Anche qui Scarano ha difficoltà a cogliere la finezza del crepuscolo tramite l’accorciamento del giorno e della notte, non già “tra” il giorno e la notte.

[3] quando essa si viene a trovare a confine tra l’emisfero nostro (quello di Gerusalemme) dall’altro tuffandosi poi nel mare presso Siviglia.

[4] il Sommo Poeta offre una chiara lezione di astronomia, ove la tenebra  si contrappone all’alba: la notte già mostrava le stelle del polo antartico, mentre quelle del polo artico erano ormai così basse che non emergevano sulla linea dell’orizzonte, sopra la superficie del mare.Qui Scarano si scosta  dal testo dantesco, trattandosi di una “traduzione” in dialetto;tra lìaltro senza obbligo di rima, come si diceva una volta: tradurre è anche, inevitabilmente, un po’ tradire…

[5] l’Alighieri utilizza la notte –preceduta da tutto il giorno- per mostrare un conte Ugolino piuttosto cinico che passa le ore in carcere, unitamente ai suoi figli, senza che gli cada una lagrima e senza rispondere alle pressanti domande del piccolo Anselmuccio rotto dal pianto.

Orbene, la metafora dell’oscurità nella Commedia, ovvero la notte tout court come abbiamo visto, è una divagazione dantesca di tutto rispetto che evoca la cecità della condizione umana spiegando ed accentuando ancor più certe situazioni critiche della nostra specie dalla quale non è affatto possibile separarsi.

[1Già nel canto 1° dell’Inferno, vv. 19-27,

«Allor fu la paura un poco queta«Allore si calmì chi lu spavente,

che nel lago del cuor m’era duratachi nna lu core m’aveve durate ,

la notte ch’io passai con tanta pièta.lu tempe chi passive nna lu bosche.

E come quei che con lena affannataE gna quille ch’ha scite assà ‘ffannate

uscito fuor del pelago alla rivada lu mare cattive nna la rive

si volge all’acqua perigliosa e guata,e s’arivotea l’acque timpestose,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,ccuscì, l’anime mie ancore trimenne,

si volse a retro a rimirar lo passoa riguardive chi l’infame bosche,

che non lasciò già mai persona viva»chi nna lassate vive mai nisciune»

[2Nel XXXI° canto, v. 10-15 :

«Quiv’era men che notte e men che giorno,«Ecche luce ci stè tra notte e jurne,

sì che ‘l viso m’andava innanzi poco;sicchè nnanze de me poche videve,

ma  io sentì sonare un  alto corno,ma sintive sunà nu grosse corne,

tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,chi nu rumore chi suprè lu tone;

che,contra sé la sua via seguitando,e, da dove minè, i mi rivutive,

drizzò li occhi miei tutti ad un loco»fissanne l’ucchie mì nna chi lu poste»

[3] La descrizione della luna piena (plenilunio) era già passata nel canto XX, v. 124-127:

«Ma vienne omai; che già tiene ‘l confine«Ma vi’ mo, ca la lune sta al tramonte

d’amendue li emisperi e tocca l’ondae tocche l’onne de lu mare sotte

sotto Sobilia Caino e le spine;Sivije, a la mità del nostre globbe.

e già iernotte fu la luna tonda»,Già la lune ere piene l’atre notte».

[4] Il canto XXVI° è quello del famoso viaggio di Ulisse, vv. 118-120, che ammonisce:

«Considerate la vostra semenza:«Considirate come Ddie va fatte:

fatti non foste a viver come bruti,nate nin fuste a vive gna li brute,

ma per seguire virtute e canoscenza».Ma pi virtù siguire e cunuscenze»

Poco dopo, vv.127-129: «Tutte le stelle già dell’altro polo«Già l’atre pole mustre li sue stelle

vedea la notte e ‘l nostro tanto basso,mentre lu nostre ere già ultrapassate

che non surgea fuor del marin suolo»,e ‘n zi videvene cchiù quelle sue»

[5Il XXXIII° e penultimo canto dell’Inferno, quello che descrive con orrore e drammaticità le gesta di Ugolino di Guelfo della Gherardesca, conte di Donoratico, ai vv.52-54:

«Perciò non lacrimai né rispuos’io«Pirciò nin lacrimai, né rispunnive

tutto quel giorno né la notte appresso,tutte lu jurne, né la notte appresse

infin che l’altro sol nel mondo uscìo»,fine a che ‘n zi facì di nove jurne»

 

CIAO PROF, DA TUTTA LA REDAZIONE

LACERBA

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