RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO - Dopo aver letto e ascoltato in silenzio quotidiani, periodici, gruppi WhatsApp e canali radio-televisivi chiedo a me stesso: i soci fondatori del PD non erano DS e Margherita? Confesso, sono ancora persuaso che il suggerimento migliore venga dal passato e sia da ricercare nel segno di Alcide De Gasperi: un partito di centro che guardi verso sinistra, nel significato più autentico declinato dallo Statista trentino. Lo dico nella consapevolezza che non sarò certo io a negare la legittimità delle evoluzioni (o involuzioni) delle strategie politiche, soprattutto in tempi nei quali la velocità di reazione sociale è inversamente proporzionale alla voglia di riflessione e approfondimento contenutistico, ma non posso fare a meno di interrogarmi sulla pruriginosa voglia di arroccarsi aprioristicamente su una non meglio identificata posizione di sinistra quando gran parte dell’Europa purtroppo vira in direzione opposta (lo dico con grande preoccupazione, apprensione e amarezza), ovvero verso posizioni di retroguardia: leggasi destra reazionaria e populista. L’orgogliosa rivendicazione di una integralista identità di parte, in un contesto planetario che ha definitivamente seppellito le ideologie e in parte anche gli ideali, dove conduce? Non sto dicendo affatto che il PD debba ambire a essere un partito moderato, anche perché credo abbia ragione Cacciari quando dice che i moderati in questo nostro paese non esistono più; nel significato, a mio avviso, che la volatilità del consenso risponde prioritariamente a logiche di social marketing e pulsioni di emotiva e parossistica contestazione. Lo ha capito bene uno come Salvini che in altre epoche non rappresenterebbe nessuno perché non ha minimamente a cuore l’interesse del Paese ma, spregiudicatamente, quello del suo partito (un vero politico quindi, ma nell’accezione declinata da James Freeman Clarke).

A mio modesto parere il destino del PD (ma anche di altri soggetti politici) si gioca per intero su altro pianeta, ovvero la capacità o meno di prospettare all’Italia un’alternativa credibile, basata sulla definitiva rinuncia a sfrenati egoismi e individualismi anche del recentissimo passato e l’intuizione di avanzare agli italiani proposte programmatiche semplici e attuabili: una sanità che sappia dare garanzie di professionalità e umanesimo tanto al sud quanto al nord; una scuola socialmente accogliente ma didatticamente selettiva; università senza baronie che punti ad esaltare le intelligenze vive dei nostri giovani migliori; una riforma della magistratura che ne faccia (finalmente e fino in fondo) un’entità indipendente; una burocrazia che faciliti iniziative imprenditoriali e non sia una palla al piede dei cittadini e vera lotta all’evasione ed elusione fiscale, nella consapevolezza che le tasse sono troppo alte ma le pagano fino in fondo solo pochi fessi.

Ritengo che la sfida determinante per le sorti di questo Paese si debba spostare dall’attuale scellerato assistenzialismo finanziato con aumento del debito pubblico, sulla capacità di attuare politiche pragmatiche di lungo corso che mirino a mettere al centro dell’agone politico le future generazioni, alle quali abbiamo rubato tutto: certezze, speranze e sogni. Da questo punto di vista la tutela dell’ambiente deve diventare una priorità di tutti, essendo in gioco la sopravvivenza stessa del pianeta e di chi lo abita. Puntare fino in fondo sulla meritocrazia sarebbe il segnale più autentico di un’inversione di tendenza epocale che rimetta al centro il cittadino di domani, senza trascurare di ridare dignità a chi vive nel disagio e nella povertà. A costo di essere considerato ingenuo coltivo la speranza che gli elettori chiedano conto ai governanti circa lo stato dell’arte dei programmi elettorali proposti e non selfie e autografi, cominciando dalla ostinata rivendicazione di diritti ignorati o calpestati. Quello che manca alla classe politica in questo momento è la consapevolezza che per uscire dal guado ci vogliono idee, sogni, coraggio e passione. Mancano uomini del calibro di Dossetti, Fanfani, La Pira, Sturzo, De Gasperi e Moro; da abruzzese e pennese rimpiango anche Spataro, Natali, Gaspari ed Ettore Modesti.

Lauro Bifari