REMO DI LEONARDO: Professore, in molti paesi e città d’Abruzzo si svolge la tradizionale processione del Cristo Morto, tra queste, antichissima sembrerebbe risalire la processione del Venerdì santo a Penne. Lei che è uno studioso attento della storia patria pennese ci può dare qualche notizia in generale su questo evento religioso ancora molto sentito dal popolo?

CANDIDO GRECO: Ringrazio l’amico Remo Di Leonardo per aver ricordato le mie fatiche che, se sono tante, la cosa non è dovuta solo al numero dei mie anni ma anche alla longevità del periodico Lacerba che, pubblica da anni i miei articoli.

     Remo, oltre che amico, collaboratore in Lacerba, poeta, musicista, è anche lui socio della Deputazione di Storia Patria dell’Aquila: con lui condivido la  passione per la Storia, per il folklore e la Poesia. Nel comune interesse per il folklore e la storia rientra la mia risposta.

     La processione del Cristo Morto non fa parte della liturgia della Chiesa operata durante la Settimana Santa ma rientra nelle rievocazioni popolari della Passione di Cristo che si realizzano con canti, poemi e rappresentazioni sceniche della vicenda umana e divina di Cristo. La Chiesa in genere tollera la processione che contribuisce a tramandare e a rinsaldare la fede cristiana.

     Della Processione di Penne mi sono occupato, la prima volta, esattamente trent’anni fa, nel 1989 con una pubblicazione che ha il titolo La Processione del Cristo Morto in Penne.

     L’evento di salvezza che ricordiamo con la Pasqua - per noi cristiani con la resurrezione di Gesù dalla morte - non era nuovo nella Storia dell’Umanità, essendo celebrato dagli Ebrei il passaggio salvifico del Mar Rosso o il passaggio dell’Angelo Sterminatore che, contrassegnando col sangue di un agnello  le case degli Ebrei, le salvò dal massacro dei primogeniti operato nelle case degli Egiziani. Per gli Ebrei la pasqua è il passaggio verso la salvezza.

     A Roma si celebrava il funerale e la resurrezione del dio orientale Attis, identificato col dio Adone, morto per amore. La resurrezione del dio ricordava ai suoi discepoli che anche loro avrebbero trionfato sopra la corruzione della tomba. Adone incarnava lo spirito del grano che deve morire per rinascere. Nei cosiddetti “sepolcri” delle chiese si esponevano vasi di grano appena germogliato al buio di un ambiente, questo fino a poco tempo fa, a ricordo non  del mito di Adone, ma della data di resurrezione della natura dopo l’equinozio primaverile, quando la luce del giorno comincia a prevalere sulle ore di tenebra notturna. La primavera in sostanza non è che il trionfo della natura sulla morte dell’inverno.

     L’Abruzzo è stato sempre sensibile ai riti della Settimana Santa. La sua toponomastica ricorda il Colle Pilato sul Gran Sasso, nella zona Castiglione a Casauria – Bussi e in Atri. Pilato e Longino sarebbero nati in Abruzzo (a Bisenti e a Lanciano). Collarmele sarebbe addirittura il paese originario dei crocifissori di Gesù. Ad Amiterno si sarebbe trovato nel 1580 la sentenza di Pilato, giudicata poi un falso. L’insieme di queste leggende testimonia l’emotività abruzzese nei confronti dei riti della Settimana Santa, emotività che, cronologicamente parlando, va al di là delle singole date di istituzione delle Processioni del Cristo Morto nella Regione. Queste date risentono inevitabilmente del clima della Controriforma che impose un cerimoniale con etichetta, decoro e pompa spagnoli, uguali dappertutto, essendo gli Spagnoli dominatori e garanti della Controriforma.

     Quando si parla di Processione del Cristo Morto, la Critica poco informata cita L’Aquila, Chieti, Lanciano, Vasto, ignorando sempre quella di Penne che, alla luce della documentazione storica, è la più antica. Per parte sua Chieti, contro la verità storica, vanta questo primato, la cui processione, però, legittimamente risale al 1650, quando mille suoi fedeli e settanta religiosi con un catafalco del Cristo Morto si recarono a Roma in pellegrinaggio.

     All’Aquila, dopo secoli di interruzione, la processione è stata ripresa solo nel 1954, con l’intervento del romano -  pennese Remo Brindisi, i cui pannelli scolpiti, disegnati da suo padre Fedele, vengono fatti sfilare per le vie della Città. Gli Aquilani concordano nel ritenere la Chietina la processione più antica. Gli uni e gli altri ignorano – deliberatamente si direbbe – il primato storico della processione pennese.

     Sono indotto dalla mia qualifica di storico a leggere la notizia storica della istituzione a Penne della processione, che è data da Muzio e Carlo Panza nel Ms Toppi del 1623:

La Chiesa dell’Annunciata [di Penne] è antichissima … è quadrata, a due navi con archi e colonne … la Città nostra fece come un apparato di tavole, con seggi e sgabelli a piedi, a foggia di teatro … dove possono recitarsi tragedie e rappresentazioni spirituali … Ha in sé la Compagnia del Monte della Pietà che si esercita in molte opere pie e cristiane. Fa la Compagnia … una devota e solenne processione la sera del Venerdì Santo, portando su una bara un Cristo morto schiodato di Croce con i misteri della sua passione, che è cosa di molta divotione: fu istituita da Fra Girolamo di Monte Fiore Feretrino dell’Umbria Cappuccino che venne a predicare in questa città nel 1570.

     La citata Compagnia della Pietà, documentata anche da un affresco, detto degli Incappucciati, nel Museo Civico -Diocesano, sala del Refettorio, aveva il compito di confortare i condannati che si avviavano al patibolo per essere giustiziati. Era retta da un governatore laico che prese a provvedere alle necessità della Processione e a ricucire i rapporti sempre tesi tra i due capitoli della Cattedrale e della Collegiata che litigavano continuamente con la Compagnia per la questione delle precedenze. Per queste liti nel 1776 la processione rischiò di essere soppressa.

     Il Cristo morto portato nel Cinquecento in processione, definito “schiodato di croce” dalla fonte, era di quelli con le braccia mobili che si usavano staccare dalla croce nel rito della deposizione in voga prima nelle Rappresentazioni Sacre o Spirituali della Settimana Santa. Uno di questi Cristi si è conservato nell’ antichissima parrocchia, già regia badia, di S. Pietro Apostolo in Loreto Aprutino.

     La processione del Cristo morto di Penne è entrata nella Letteratura Italiana per la lunga descrizione poetica del  poeta pennese Luigi Polacchi nel suo Poema Italide. Il Corteo funebre, che per tre ore si snoda per le tortuose vie di Penne, coinvolge i personaggi della Rivolta di Penne del 1837, senza per questo perdere il suo interesse e pathos religioso, fondendosi il dolore per il Cristo Morto con quello degli ergastolani e dei parenti per gli otto condannati a morte. Tanto drammatico e vero questo coinvolgimento, quando di pensa che dopo il 1837 la processione passò tra le case dei condannati a morte e quelle rimaste serrate degli esiliati. Seguivano l’Addolorata le “Addoloratine”, ovvero le orfanelle di Penne, vestite di nero come la Madonna; erano state fondate dalle donne del Di Martire che era stato ergastolano per i fatti della citata rivolta.

     Dice Polacchi: “L’Ottocento patriottico ed ergastolare sentì molto la grande bellezza di questo rito filiale ed eterno.” La bellezza del rito, proprio perché sempre filiale ed eterno, si è conservata intatta ai nostri giorni.

     Le statue più importanti portate in processione sono quelle dell’Addolorata  e del Cristo Morto. L’Addolorata, che è più propriamente una conocchia ricca di pathos, è di un “tal Colombo”, da identificare col veneto Giacomo Colombo, vissuto a cavallo del Seicento e del Settecento. Le hanno rubata la bella corona d’argento, ricca di gemme, che è ora rimpiazzata da altra, pure d’argento, dell’artista Giuseppe Pancione.

     La statua lignea del Cristo Morto, quella attuale, deposta nella teca disegnata dal M.o Antonio Core e scolpita dallo scultore Giuseppe Brindisi nel 1983, è di autore ottocentesco ignoto. Il Brindisi citato ricorda il capostipite Fedele, autore anche della teca gotica del Cristo Morto di Pianella.

      Il Cristo di Penne è portato in processione su una bara coperta da un prezioso copertone che è un unicum in Abruzzo, tessuto famoso di 21 mq  (5 metri x 4,20), del peso di 70 chilogrammi. Su questo lavoro circolano leggende: sarebbe stato tessuto dalle Clarisse napoletane, diventate cieche per la cura e l’attenzione meticolosa prestata al lavoro. Nel suo poema, Italide, Polacchi dice che fu opera delle sorelle Farina, Crocifissa ed Angelica, spose dei due fratelli De Caesaris, Domenico e Nicola, che nel 1837 sarebbero state aiutate dalla loro ospite, la vedova Giuditta Sidoli, l’amante di Mazzini, emissaria  della “Giovane Italia.” La verità è che il manto, dono della Famiglia Assergio, prezioso perché intessuto di fili d’oro e d’argento, è opera della prima moglie dello scultore Francesco Paolo Evangelista, Vincenza Allera, per testimonianza della seconda moglie riferitami dall’ultima figlia dello scultore che ho avuto il piacere di conoscere. L’Allera fece il suo lavoro a Napoli, dove aveva appreso tanto l’arte del disegno che del ricamo. A portare a Penne il pesante e prezioso lavoro ci pensò il “Carabinieruccio,” un pennese spavaldo che riuscì a superare il Piano delle Cinque Miglia, infestato dai briganti, usando un lasciapassare che s’era procurato.  

     I disegni del manto, l’Albero del Bene e del Male, la Croce, l’Altare con due cherubini, il Calice con ostia, furono eseguiti dal pittore Salvatore Colapietro,  a Napoli per studio. Di Domenico Viola è la composizione in legno detta Passione, un assemblaggio scultoreo di tutti i simboli della Passione di Cristo. Anche il Viola lavorò sul disegno del Colapietro.

     Il Venerdì Santo a Penne si canta un Miserere che per molti anni è stato ritenuto opera di uno sconosciuto V(incenzo) Monti e che attraverso mie ricerche ho potuto attribuire al canonico Niccola Monti (n. 1767 +1838), maestro di Cappella della Cattedrale di Penne. Trasmesso oralmente da una corale all’altra, attraverso copie manoscritte dello spartito originale, oggi è pubblicato insieme ad altra opera importante dello stesso autore che ho ritrovata manoscritta nell’Archivio Storico Diocesano dell’Archidiocesi di Pescara  Penne in Penne. Questa seconda opera del Monti, revisionata dal M.o Antonio Piovano, pubblicata nel 2012, e presentata a Lanciano in prima assoluta, è  intitolata Nelle ore desolate di Maria SS.ma, una cantata per Soprano – Basso -  Coro ed Orchestra, composta nel 1829. Ideata per la Settimana Santa, dovette avere esecuzione immediata a Penne e forse anche altrove, prima che su di essa si estendesse il velo odioso dell’oblio. Miserere e Cantata sono ritenute dal M.o Piovano due gioielli della Musica Abruzzese.

     Il Miserere del Monti è un canto da sempre a palestrina, quindi per solo coro, senza strumenti, cantato all’Annunziata, attualmente prima della processione sotto la guida del M.o Vincenzo Pavone.

     Alla processione prendono parte i membri della Confraternita, le autorità civili che reggono il drappo, i frati ed un tempo i nobili ed i Capitoli della Cattedrale e della Collegiata, Sfilano anche i simboli della Passione;  e c’erano, una volta, gli scheletri semoventi ritrovati recentemente nei locali dell’Annunziata. I membri della Confraternita sono incappucciati e vestono un saio talvolta nero, talaltra rosso.

     Il concorso del pubblico è numeroso, intervenendo tutta la Città e le comunità vicine. La processione di Penne ha la sua storia non solo nel Folklore abruzzese ma anche nella Letteratura Italiana. Inoltre, il suo Miserere e la sua Desolata, dopo gli anni di oblio, sono stati riconosciuti gemme della musica abruzzese ed italiana.