Il suo allarme è rimasto senza risposte. Avrebbe compiuto 34 anni il 24 maggio scorso, se non fosse spirato per asfissia ed assideramento sotto la neve in quel 18 gennaio 2017. Gabriele D'Angelo, pennese, era il ragazzo sempre sorridente. All'Hotel Rigopiano ventotto mesi fa lavorava come cameriere ed alle 16,49 del 18 gennaio stava passando i sacchi di pellet a Fabio Salzetta nel vano caldaia.

La neve aveva sepolto sotto tre metri di coltre bianca il resort e il terremoto si stava facendo sentire. Quando è stato trovato, Gabriele non presentava traumi, solo un livido, le labbra e le mani viola, e le braccia ancora chiuse a trattenere il sacco che stava lasciando all'amico Fabio che nella tragedia ha perso Linda, la sorella. Non sono state cioè le macerie dell'albergo ad ucciderlo, ma la massa enorme di neve che l'ha stordito fino allo svenimento fatale. Avrebbe potuto resistere, secondo il medico di famiglia, due ore. Ma  di tempo prima che arrivassero i soccorsi ne è passato tanto, troppo: almeno 18 ore. Gabriele D'Angelo fin dalla mattina di quel maledetto 18 gennaio aveva cominciato a richiedere aiuto. Il suo nome è scritto nel registro delle chiamate del centro operativo comunale di Penne, attivato dalla prefettura nella sede della Croce Rossa, ai piedi dell'ospedale, e poi portato al palasport. Evacuazione, evacuazione: chiedeva. Prima ancora del sisma, Gabriele scrive alle 7,56 alla sua ragazza, Giuly:”Quasi un metro e mezzo solo questa notte!!”.

Due anni prima, Giuly era rimasta bloccata per tre giorni nello stesso albergo, dove lavorava. Della turbina che avrebbe dovuto pulire la strada provinciale nessuna traccia neppure allora. “Siamo a tre metri di neve...” sottolinea il giovane. E' un tipo del fare, non si agita molto. Volontario della Croce Rossa, aveva partecipato ai soccorsi durante il terremoto del 2009 a L'Aquila e fresco di studi per il concorso di operatore socio -sanitario ed aveva lavorato in una cooperativa all'ospedale teatino. A Rigopiano, nel resort, è emergenza: 40 persone fra le quali dei bambini sono bloccate, la situazione si fa ingestibile. Se ne vogliono andare tutti, ma come si fa?La strada è impercorribile. Giuly riesce a salire a Farindola da Montesilvano dove lavora. Nel Comune fra black out e terremoto non c'è un'anima. Incontra due operai ed un mezzo spazzaneve che non può intervenire.

“A Rigopaino- espone affannata Giuly al tecnico comunale che vede poco dopo-c'è un'emergenza gravissima, chiedono mezzi per liberare le persone!”. Non ci sono turbine disponibili, le risponde sconsolato il tecnico del Comune. “Se tutto va bene, domattina...”. Sono le 15,30 del 18 gennaio. Un'ora dopo Gabriele D'Angelo, informato dalla sua ragazza, parla con la mamma, storica caposala della chirurgia del San Massimo. Le chiede notizie di Francesco, suo fratello gemello: Gabriele ha un neo sula guancia sinistra come unica diversità. Continua a lavorare e raggiunge Dame Faye che dalla finestra al piano terra della sala da pranzo sta caricando i bancali di pellet poggiati all'esterno, sul retro dell'albergo. Si aggrega anche Alessandro Giancaterino, il capo cameriere con cui dal giorno prima, quando avevano finito il turno, Gabriele si era offerto di rimanere su anche quel mercoledì.

Faye, Giancaterino e D'Angelo sono dunque in azione per trasferire il pellet a Salzetta nel vano caldaie. Poi la valanga. E tutti morti tranne Fabio. A Gabriele, deceduto sul lavoro, non l'hanno riconosciuto come tale: non era lui che sosteneva la famiglia. Il suo sogno era di entrare nell'Arma. Ventenne aveva tentato due volte il concorso per diventare carabiniere senza però riuscirvi. Quindi, la scelta di studiare da operatore socio-sanitario. Tre mesi all'ospedale di Chieti,  ma quella vita lo stravolge. Soffre anche di una pancreatite, perde dieci chili. Basta allora, e si ripresenta a Rigopiano. E' il dicembre del 2015. La beffa finale a metà marzo, due mesi dopo la tragedia. L'Asur di Fermo gli comunica che ha vinto il concorso come operatore socio-sanitario e tre giorni dopo deve presentarsi per prendere servizio. Già. Ora  le sue telefonate di aiuto hanno fatto aprire, grazie a un'indagine giornalistica della TGR RAI Abruzzo, un'inchiesta parallela a quella principale sul disastro alla procura della Repubblica di Pescara che chiama in causa sette persone fra le quali l'ex prefetto Provolo. L'accusa è di depistaggio: lo Stato, storicamente, sa come farlo.