Era il dottor Manson della terra Vestina e, in particolare, di Penne, dove ha esercitato la sua professione di medico di famiglia (di base, secondo la truculenta attuale definizione) per quasi mezzo secolo. Come l'indimenticabile giovane medico del Galles del sud, interpretato, nella fiction televisiva La Cittadella, del 1964 (tratto dall'omonimo romanzo di A.J. Cronin pubblicato nel 1937) da un magistrale attore, Alberto Lupo, di cui qualcuno, sul suo viso, rivedeva i tratti, i più âgées lo ricordano, camminare dinoccolato e sempre sorridente, con la sua borsa di cuoio marrone a bombetta, stretta in pugno.

    

Il dottor Tonino Testa era un pennese di adozione, le sue origini erano a Moscufo, dal carattere gioviale, aperto. Sempre pronto alla battuta sagace, era, anche, amabilmente salace. Soprattutto, molto generoso nell'interpretare la sua “missione” professionale, all'epoca decisamente più “faticata”. Un signore d'altri tempi, non c'è dubbio, mai sopra le righe, sempre attento a non urtare la suscettibilità del prossimo: le riflessioni che potevano disturbare ... l'orecchio di alcuno, te le sussurrava appena! Era della vecchia guardia, quella che non aveva sosta, perché l'organizzazione della sanità divergeva assai da come la viviamo oggi. Non c'era neppure la “Guardia medica”, quindi si era a servizio dei pazienti nelle intere 24 ore, in ogni caso al bisogno. Le strade in gran parte non erano ancora depolverizzate. La vastità del territorio comunale, poco meno di 100 chilometri quadrati, finiva per complicare la vita a tutti, pazienti e medici. Il dott. Testa è stato l'epigono dell'epopea medica domiciliare in cui, largamente, anche i parti erano fatti a casa. L'ospedale non era visto come miglior viatico per salutare una nuova vita ma, all'opposto, come ultima ed estrema spiaggia per la cura della salute.

Colto e appassionato di storia del costume, lo ricordiamo tutti anche come storico collaboratore di Lacerba, garbato, facondo, simpatico, affabulatore. I suoi “pezzi” rappresentano un florilegio di memorie di vita, alcune anche “dure” da osservare con l'occhio contemporaneo; di comportamenti rievocati e osservati come tasselli di un antico mosaico umano, andati a poco a poco desueti ma nei quali sono conservate le matrici delle nostre comunità, una sorta di anamnesi sociale. Fondamentale, secondo il monito di George Santayana: “chi non ricorda il passato è condannato a riviverlo”!

Viene, così a mancare, una figura umana e professionale, in cui si identifica una parte della storia di Penne, specie del secondo novecento, a molti carissima, di apprezzatissimo valore e di gradevolissimo e, ora, malinconico ricordo.

Come diceva Ennio Flaiano: coraggio il meglio è passato!

Alla Famiglia la nostra migliore solidarietà umana.

Che la terra ti sia lieve. Ciao Tonino...!

 

                                                                                                   Giovanni Cutilli